INTERVISTA
Io, una donna
torturata a Abu Ghraib
Incontro
con Mithal, trascinata via insieme al figlio nel cuore della
notte dai soldati americani, dopo un'irruzione nella sua casa,
che verrà razziata. Una denuncia nata da una vendetta la
condanna, senza processo, a ottanta giorni di orrore fra altre
prigioniere, come lei torturate e seviziate. Nelle immagini su
Internet, ha rivisto gli aguzzini
GIULIANA SGRENA, INVIATA A
BAGHDAD
Il primo appuntamento
con Mithal al Hassan era in albergo: «Preferisco parlare in un
luogo neutro. In casa mia, con i miei figli, mi sento
imbarazzata». Ma l'incontro è saltato: entrata di soppiatto
nel Palestine, di fronte all'omertà degli impiegati
dell'albergo e alla presenza dei soldati americani - lei che è
ancora senza documenti - si era spaventata e se n'era andata
in fretta come era venuta. L'abbiamo rincorsa per mezza
giornata e poi un nuovo apputamento, a casa sua. Un
appartamento confortevole (soprattutto quando torna
l'elettricità), in una zona residenziale, con televisione,
compact disc, computer. Ad accoglierci è la figlia più
piccola, quattordici anni, che poi ricompare solo per portarci
bibite, cioccolatini e uva. Mithal è completamente avvolta
nella sua baya, che non è però quel mantello nero
informe usato dalle donne sciite nei quartieri popolari, ma un
abito nero, velo compreso, tutto ricamato. L'ombra nera di
kajal fa risaltare il color grigio-verde dei suoi
grandi occhi. Mithal è divorziata da otto anni - il marito si
è risposato e si è trasferito in Libia -, da allora ha dovuto
mantenere da sola i suoi sette figli, lavorando in una
panetteria e poi come taxista: «Saddam ci ha insegnato solo a
lavorare sodo», dice. La sua forza e orgoglio emergono anche
quando entriamo nel merito dei dolorosi fatti che l'hanno
tormentata negli ultimi mesi, nel carcere di Abu Ghraib. La
storia è lunga, i particolari dolorosi, ottanta giorni di
inferno.
Nella notte, giù la porta
«Erano
le 2 e 30 di notte del 28 febbraio, quando i soldati americani
hanno sfondato la porta. Anche ai tempi di Saddam ogni tanto
il mukhtar (formalmente "rappresentante del popolo")
veniva con i suoi uomini a controllare quello che facevamo, ma
almeno suonavano alla porta. I soldati entrati in casa hanno
cominciato a buttare tutto per aria e mi hanno portato via,
oltre a tutti i documenti e le chiavi, 7 milioni di dinari
(circa 4.000 dollari), ricavato della vendita di due macchine
che doveva servire per pagare dei debiti (il fatto è stato
riportato anche dal giornale Zaman, di cui ci mostra il
ritaglio). Mi hanno chiesto se conoscevo Hassib, in realtà un
nostro vicino si chiama Hassib anche se tutti lo chiamano Abu
Aya, e i soldati americani stavano cercando un certo Hassib,
commerciante di armi, ma poi avrei scoperto che si trattava di
un ufficiale siriano e non del mio vicino».
A portare
gli americani a casa di Mithal era stata una vendetta, ovvero
le «informazioni» fornite da alcuni occupanti di quelli che
una volta erano i locali del ministero dell'informazione i
quali avevano rubato dei generatori, e gli abitanti della zona
li avevano denunciati. Mithal partecipò alla denuncia. Così la
donna e il figlio maggiore, di 38 anni, sono stati arrestati.
«Sono stata trascinata giù per le scale (cinque piani), con la
camicia da notte, riuscendo a malapena a recuperare la mia
baya prima di uscire», racconta la donna. E continua:
«Mi hanno portata al Sujud palace, dal nome della moglie di
Saddam, Sajida. A un certo punto mi hanno mostrato un uomo con
jellaba e un sacco in testa, legato a un albero. Era
mio figlio, l'avevo riconosciuto dai calzoni. L'hanno
trascinato vicino a me, gli hanno tolto il sacco, era
orrendamento torturato, con profonde ferite in testa, e gli
hanno detto: dì addio a tua madre, prima di rimettergli il
sacco e legarlo nuovamente al palo. Poi un soldato ha
cominciato a trascinarmi via di corsa: io avevo il capo
coperto, le mani legate dietro la schiena, la baya non
essendo abbottonata mi scendava sotto i piedi e mi faceva
inciampare. Non ce la facevo a correre, faceva freddo,
tremavo, allora mi ha buttata per terra, ho cercato di
scaldarmi i piedi scalzi affondandoli nella sabbia. Alla fine
mi hanno portato in una stanza e mi hanno avvolta tutta in una
coperta, mi mancava l'aria, battevo i piedi per terra per
farmi sentire. Allora sono arrivati con le foto dei miei
figli. Vedendoli, ho cominciato a piangere, mentre loro mi
urlavano: dove hai messo la forza che ti ha dato Saddam? E
poi, buttando le foto per terra: `saluta i tuoi figli, non li
vedrai per trent'anni'. Non ci credevo: ho letto di psicologia
e so che questi metodi vengono usati per spaventare. Mi hanno
riportata da mio figlio, ci hanno lasciati soli. Mio figlio mi
ha chiesto se ero veramente un agente di Saddam. Come era
possibile che mio figlio mi chiedesse questo con tutti i
sacrifici che ho fatto per crescerli? Sono una povera donna di
Najaf, sciita, e Saddam non amava certo gli sciiti, come avrei
potuto essere un suo agente? Avevano anche detto a mio figlio
di confessare che conosceva Hassib e l'avrebbero liberato. Poi
l'hanno riportato via. Io non ho saputo più niente di lui,
finché sono tornata a casa: era stato rilasciato il giorno
dopo».
La soldatessa gentile
Mithal si
massaggia le mani ricordando che per il laccio troppo stretto
le erano diventate tutte nere, non riusciva più a muoverle
quando una soldatessa gliele aveva slegate per permetterle di
andare in bagno. «La prima persona gentile che ho incontrato,
mi ha anche aiutata a raccogliermi i capelli e poi mi ha
nuovamente legata ma in modo allentato, allora io le ho dato i
miei orecchini. Caricata su un furgoncino, stesa a terra
perché nessuno mi vedesse, mi hanno portato all'aeroporto. In
una stanza grande c'era un dottore, che voleva che mi
spogliassi. Mi sono rifutata, dicendo che sono musulmana e non
lo potevo fare, lui mi minacciava di tagliarmi i vestiti
addosso. Alla fine gli ho chiesto di poter almeno tenere la
biancheria intima e lui ha accettato. Comunque mi ha
controllato solo i polsi. Poi mi hanno trasferito in un'altra
stanza, enorme, per l'interrogatorio. A farlo era una donna in
abiti cilvili, mentre due uomini erano seduti in un angolo. Da
casa mia avevano portato via tutti i documenti e la prima cosa
che mi hanno contestato era il numero di documenti: oltre alla
carta di identità, la tessera per le razioni di cibo e il
certificato di residenza compilato dalla polizia e firmata da
un luogotenente. La donna sosteneva che quel luogotenente ero
io. Se lavorassi per la polizia sarei almeno un colonnello,
vista la mia età, avevo risposto. Poi la scritta `mutallaka'
(divorziata) sul mio documento. Secondo l'interprete, di
orgine irachena ma che aveva vissuto 45 anni all'estero, si
trattava invece di `mutlak' che vuol dire assoluto, quindi
sicuramente doveva trattarsi di un permesso o riconoscimento
di Saddam. Urlavano. Alla fine mi hanno portato in una cella:
un metro per un metro e mezzo con una bottiglia d'acqua e mi
hanno lasciata lì per sei notti. Un giorno mi hanno fatta
appoggiare al muro con le mani alzate, ma io non ce la facevo
a restare così, così è arrivata la soldatessa nera che mi
urlava in continuazione, ma visto che non mi spaventava, alla
fine si è scusata: 'sei coraggiosa', mi ha
detto».
Questo era solo l'inizio del calvario di
Mithal: «A volte alzavano il riscaldamento al massimo e per
dormire dovevo buttarmi addosso quella poca acqua che mi
davano. A volte non mi davano né acqua né cibo. E poi dalle
celle accanto arrivavano le urla degli uomini torturati,
pianti e grida, che venivano registrate e ritrasmesse tutta la
notte ad alto volume, insieme ad altri suoni di passi sulla
ghiaia che si avvicinavano, ma lì c'era solo sabbia. Non c'era
modo di dormire. Io odiavo il loro cibo. Non ne potevo più,
alla fine ho chiesto di poter scrivere qualcosa ai miei figli,
perché mi sarei suicidata».
Le torture psicologiche
continuavano. A questo punto le hanno detto che stava sulla
lista dei prigionieri che dovevano essere liberati, le hanno
fatto raccogliere le cose, ma non sarebbe stata la
libertà.
«Mi hanno portata in uno stanzone gelato, io
battevo i denti, in bella mostra c'erano tutti gli strumenti
della tortura, poi mi hanno messo un nastro adesivo sugli
occhi e, insieme a tredici uomini, mi hanno caricato su un
elicottero. Il volo è stato breve, meno di un ora». La
destinazione era Abu Ghraib. «Arrivati, prima di tutto ci
hanno esaminato il corpo, i capelli, i denti, registrando
tutto su computer. Io stavo male, avevo un'allergia, non
riuscivo più a mangiare, allora Um Iraq, una delle interpreti,
un'irachena venuta da fuori, mi dava qualche banana. Mi
servivano medicine ma dicevano di non averne».
Ma era
sempre sola? «No, a quel punto mi hanno messa in cella con
altre donne, eravamo due per cella. C'erano tredici donne,
erano soprattutto mogli di uomini del passato regime, e sette
bambini. C'era anche la moglie di Sabah Merza, una guardia di
Saddam negli anni 70, che teneva le mani nel ghiaccio per
lenire le pene delle torture, un'altra aveva il corpo rovinato
perché veniva sbattuta contro il muro, un'altra è stata
rinchiusa in una piccola gabbia per sei giorni, non poteva
nemmeno muoversi. Una delle prigioniere, costretta a camminare
a quattro zampe, aveva ginocchia e gomiti completamente
rovinati. A un'altra hanno fatto separare la merda dall'urina
con le mani. Eravamo spesso costrette a bere l'acqua del
cesso. Una donna di sessant'anni, che aveva detto di essere
vergine, veniva sempre minacciata di stupro».
Degli
stupri non voglio parlare
Ha saputo anche di casi
di stupro? «Sì, ma di questo non parliamo, nella nostra
società non si può fare». Qual era l'età delle prigioniere?
«Dai 40 ai 60 anni». E i bambini come venivano trattati? «Li
sentivamo urlare, anche loro venivano torturati, soprattutto
venivano fatti assalire dai cani». Quando è stata rilasciata?
«Alla fine, penso anche per la pressione della resistenza,
sono stata rilasciata e mi hanno anche restituito gli
orecchini. Volevano portarmi a casa, mi sono rifiutata, dopo
tutto quello che avevo passato non volevo rischiare di essere
presa per una collaborazionista. E siccome mi sono rifiutata
invece di uscire il 21 maggio, sono stata trattenuta fino al
23, altri due giorni sotto una tenda schifosa, dove sono
collassata». Ha visto le immagini delle torture, ha
riconosciuto qualcuno? «Sì, le ho viste su Internet. Ho
riconosciuto alcuni detenuti, come Abdul Mudud che era il
cognato di al Duri, al quale erano state rotte le mascelle e
tolto un occhio. Ho riconosciuto anche alcuni soldati. A volte
facevano mettere un centinaio di prigionieri per terra e poi
vi passavano sopra». Cosa pensa della resistenza? «Gli Stati
uniti hanno occupato il nostro paese, abbiamo il diritto di
difenderci. La resistenza è autodifesa. Ma uccidere gli
iracheni non è resistenza». Non ha paura a parlare di quello
che ha visto? «Io non ho fatto nulla di male, perché dovrei
avere paura?»