Iraq. Danni collaterali, i numeri e le persone
A mezzanotte
di oggi, 21 novembre, un importante tassello completerà la spoliazione
dell’Iraq: le Nazioni unite passano agli Usa il controllo del controverso programma “Oil for food” che aveva permesso l’esportazione, tra il
dicembre 1996 e il marzo 2003, di 65 miliardi in petrolio iracheno, di cui 48
era stato impiegati per l’acquisto di beni di consumo per la popolazione ed il
resto era servito a pagare gli ispettori delle Nazioni unite, la riparazione di
alcuni dei danni della prima guerra del Golfo ed i costi amministrativi. Nel 1999, Dennis Halliday, amministratore del programma, si era dimesso
definendolo “immorale e illegale”. Ulteriori danni
andranno ad aggiungersi al quadro impressionante che emerge dal rapporto del
gruppo inglese Medact sugli effetti della guerra in
Iraq sulla salute delle persone e sull’ambiente, disponibile anche in italiano.
In sette mesi, dal 20 marzo al 20 ottobre, le perdite di vite umane irachene
ammontano ad almeno 21.700, 55.000 secondo la lettura di Al Jazeera.
Non si tratta
solo delle morti violente direttamente attribuibili alla guerra - dai 13.500 ai
45.000 militari, dai 6.708 ai 7.356 civili uccisi durante la guerra, dai 2.049
ai 2.208 civili uccisi tra il 2 maggio e il 20 ottobre 2003 - ma soprattutto di
quelle dovute a killer silenziosi, come il morbillo, contro il quale un bambino
su quattro non è più vaccinato da quando il paese è stato invaso. Il morbillo
diventa una malattia letale per chi è malnutrito e in Iraq la malnutrizione
acuta è raddoppiata, dal 4 all’8 per cento; l’acqua è scarsa e insicura per
persone, animali e colture; la mancanza di energia
blocca le pompe per la rimozione di liquami; il fumo degli incendi di pompe di
petrolio ha contaminato atmosfera e suolo; i bombardamenti e i movimenti di
veicoli pesanti hanno degradato gli ecosistemi naturali e agricoli; grandi
quantità di polveri militari, tra cui ordigni inesplosi e uranio impoverito,
sono sparsi nell’ambiente. Un paese in rovina, come sottolineano
anche gli indici di sviluppo umano dell’Undp,
il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo.
In questo sfacelo, non stupisce che i membri del “governo provvisorio” che collabora con gli Usa si astengano dal prendere qualunque decisione e iniziativa. Si muovono invece alcuni esponenti della società civile – intellettuali, gruppi religiosi, partiti di opposizione al passato regime – che si sono riuniti in un cartello. Il loro portavoce Rekaby ne ha presentato la piattaforma al Forum sociale di Parigi: non un governo in esilio come contraltare al governo provvisorio inventato dagli Usa, ma una sorta di primo nucleo di un movimento di liberazione iracheno. Il Condi [Coordinamento delle organizzazioni nazionali democratiche irachene] era rappresentato a Parigi, tra gli altri, da Jawad Mehdi El Halisy, del Fronte islamico, da Ala Alami, di uno dei tre partiti comunisti del paese, dal colonnello Maliki, uno degli ufficiali ribelli del 1991, e da due esuli: il dottor Mahsen Shabbut, vecchio professore nasseriano panarabista che vive negli Sytati uniti, e Khador Azzawi che vive in Danimarca. Tutti concordi nel chiedere la fine dell’occupazione come condizione preliminare per la ricostruzione della democrazia in Iraq. La stessa richiesta contenuta nella petizione popolare per il ritiro dei soldati italiani dall’Iraq: Nassirya, perché non succeda mai più.