Bombe e tank, a Falluja inizia l'inferno
La furia del fantasma Parte al tramonto l'attacco alla
«città delle moschee», i carri armati sono entrati appoggiati da aerei che hanno
sganciato bombe da una tonnellata
GIULIANA SGRENA
Una pioggia di fuoco ha investito Falluja appena entrato in
vigore il coprifuoco, alle 18, dopo il tramonto quando l'Iftar rompe il digiuno
del Ramadan. Mentre dal minareto di una moschea la voce dell'imam cercava di
elevarsi sopra il rumore dei bombardamenti per sollecitare i mujahidin alla
battaglia, che per Falluja sarà sicuramente la più dura dall'inizio
dell'invasione. Ancora più dura e sanguinosa dell'assedio dello scorso aprile,
quando ci furono oltre 600 morti. L'hanno messo in conto anche gli americani
prevedendo le perdite più alte mai avute dai tempi del Vietnam. I soldati
statunitensi si sono raccomandati al loro Dio prima di cominciare la crociata
contro «Satana». «Il nemico ha un volto. Si chiama Satana. E' a Falluja e lo
distruggeremo», ha detto loro il col. Gary Brandl. In realtà quelli che
uccideranno saranno solo fedeli di un altro dio, Allah. Ai quali l'imam nel suo
appello dal minareto non lasciava molte speranze se non quella del paradiso:
«Dio è grande, oh martiri». Gli aerei hanno bombardato soprattutto i quartieri
settentrionali della città, mentre i carri armati entravano in profondità. La «Phantom
fury» (la furia del fantasma) - ma il ministro della difesa iracheno Hazem
Saalan preferisce chiamarla ipocritamente «operazione alba» - era ufficialmente
iniziata, lo confermava la radio dei Marine incaricati dell'operazione che
dovrebbe porre fine alla resistenza della «città delle moschee». Il via libera
all'attacco l'aveva dato formalmente il premier ad interim iracheno, Iyad Allawi,
in una conferenza stampa: «siamo determinati a ripulire Falluja dai terroristi».
La presenza di terroristi è il pretesto per cercare di distruggere il simbolo
della resistenza. Il premier filoamericano ha aggiunto che l'operazione guidata
dalle truppe Usa aveva la sua autorizzazione. La decisione, in realtà, come
sempre, l'aveva presa la Casa bianca, il vero via all'attacco a Falluja l'aveva
data la rielezione del presidente Bush, e il presidente ha deciso sulla base del
rapporto fornitogli dal falco Rumsfeld. Che ieri sera spiegando il «motivo»
dell'attacco ha detto che una parte del paese non può rimanere «sotto il
controllo dei terroristi e degli assassini». Ma non si è nascosto che
l'offensiva «richiederà tempo». Comunque «gli insorti saranno sconfitti», ha
detto il portavoce della Casa bianca Scott McClellan, il quale ha aggiunto che
il presidente «è conscio dei rischi di perdite». Nonostante siano impegnati
circa 15.000 uomini (di cui 2.000 iracheni) armati di tutto punto contro circa
5.000 guerriglieri, con armi meno sofisticate ma che stanno opponendo resistenza
all'avanzata dei carri armati. Che cosa faranno i marine? Scenderanno dai loro
carri armati per stanare casa per casa i combattenti? Sarà sicuramente un bagno
di sangue.
Forse anche per questo Bush, che ha subito avuto l'appoggio di Blair, ha voluto
che il governo Allawi si assumesse tutte le responsabilità, così come sono state
coinvolte le forze speciali irachene in prima linea nell'attacco, con una forte
presenza dei peshmerga kurdi, i più sicuri alleati degli Stati uniti, anche se
nei giorni scorsi proprio un comandante kurdo ha disertato dopo aver conosciuto
il piano d'attacco. Evidentemente gli americani pensano che i kurdi - pur
essendo in grande maggioranza sunniti - siano meno sensibili agli appelli delle
autorità religiose sunnite che ieri hanno lanciato un appello alla «diserzione».
«Esortiamo le forze irachene, la Guardia nazionale e gli altri musulmani ... a
essere coscienti che stanno per fare un gravissimo errore nell'invadere città
irachene sotto le insegne di forze che non hanno alcun rispetto della religione
o dei diritti umani» (Abu Ghraib si trova a pochi chilometri da Falluja), ha
dichiarato l'Associazione degli ulema sunniti.
L'attacco contro Falluja era stato ampiamente annunciato e minacciato dallo
stesso Allawi che nei giorni scorsi si era anche scontrato con il presidente
Ghazi al Yawar sull'opportunità di risolvere militarmente la questione e aveva
sprezzantemente liquidato il monito di Kofi Annan sulla pericolosità di tale
operazione che potrebbe compromettere le elezioni fissate per gennaio. In
preparazione, domenica, il premier aveva decretato lo stato d'emergenza per due
mesi in tutto il paese escluso il Kurdistan: coprifuoco, restrizioni nei
movimenti, isolamenti e rastrellamenti in zone sospette, congelamento dei beni
dei sospettati, etc. Ieri ha completato il quadro con le misure speciali
riservate alle zone di Falluja e Ramadi in vista dell'attacco. Sono state anche
chiuse le frontiere con la Giordania e la Siria - potranno passare solo i mezzi
per l'approvvigionamento alimentare - mentre l'aeroporto è stato chiuso per 48
ore. Prima dell'inizio dell'attacco, Allawi ha visitato la base Usa di Falluja e
ha parlato alle truppe irachene: «il vostro lavoro è di arrestare gli assassinii
ma se li uccidete, così sia».
L'inizio dell'offensiva, ieri sera, carri armati appoggiati da aerei, che hanno
sganciato anche bombe da 1 tonnellata, hanno attaccato la zona nord della città
dove si ritiene siano concentrati i mujahidin. La mattina, le truppe americane
avevano preso il controllo dei due ponti sull'Eufrate e del principale ospedale,
dopo scontri che avrebbero provocato la morte di 38 ribelli, secondo Allawi, di
12 civili, secondo fonti ospedaliere. Successivamente le truppe avrebbero preso
il controllo anche della stazione ferroviaria, dove la resistenza incontrata è
stata più forte. Già dal giorno prima la città era stata completamente
circondata e isolata, la maggior parte dei circa 200.000 abitanti sono fuggiti,
ma in città restano ancora decine di migliaia di civili. Che difficilmente
potranno festeggiare l'Aid, la festa di fine Ramadan, tra qualche giorno.