da "il manifesto" del 09 Novembre 2004

Bombe e tank, a Falluja inizia l'inferno
La furia del fantasma Parte al tramonto l'attacco alla «città delle moschee», i carri armati sono entrati appoggiati da aerei che hanno sganciato bombe da una tonnellata
GIULIANA SGRENA

Una pioggia di fuoco ha investito Falluja appena entrato in vigore il coprifuoco, alle 18, dopo il tramonto quando l'Iftar rompe il digiuno del Ramadan. Mentre dal minareto di una moschea la voce dell'imam cercava di elevarsi sopra il rumore dei bombardamenti per sollecitare i mujahidin alla battaglia, che per Falluja sarà sicuramente la più dura dall'inizio dell'invasione. Ancora più dura e sanguinosa dell'assedio dello scorso aprile, quando ci furono oltre 600 morti. L'hanno messo in conto anche gli americani prevedendo le perdite più alte mai avute dai tempi del Vietnam. I soldati statunitensi si sono raccomandati al loro Dio prima di cominciare la crociata contro «Satana». «Il nemico ha un volto. Si chiama Satana. E' a Falluja e lo distruggeremo», ha detto loro il col. Gary Brandl. In realtà quelli che uccideranno saranno solo fedeli di un altro dio, Allah. Ai quali l'imam nel suo appello dal minareto non lasciava molte speranze se non quella del paradiso: «Dio è grande, oh martiri». Gli aerei hanno bombardato soprattutto i quartieri settentrionali della città, mentre i carri armati entravano in profondità. La «Phantom fury» (la furia del fantasma) - ma il ministro della difesa iracheno Hazem Saalan preferisce chiamarla ipocritamente «operazione alba» - era ufficialmente iniziata, lo confermava la radio dei Marine incaricati dell'operazione che dovrebbe porre fine alla resistenza della «città delle moschee». Il via libera all'attacco l'aveva dato formalmente il premier ad interim iracheno, Iyad Allawi, in una conferenza stampa: «siamo determinati a ripulire Falluja dai terroristi». La presenza di terroristi è il pretesto per cercare di distruggere il simbolo della resistenza. Il premier filoamericano ha aggiunto che l'operazione guidata dalle truppe Usa aveva la sua autorizzazione. La decisione, in realtà, come sempre, l'aveva presa la Casa bianca, il vero via all'attacco a Falluja l'aveva data la rielezione del presidente Bush, e il presidente ha deciso sulla base del rapporto fornitogli dal falco Rumsfeld. Che ieri sera spiegando il «motivo» dell'attacco ha detto che una parte del paese non può rimanere «sotto il controllo dei terroristi e degli assassini». Ma non si è nascosto che l'offensiva «richiederà tempo». Comunque «gli insorti saranno sconfitti», ha detto il portavoce della Casa bianca Scott McClellan, il quale ha aggiunto che il presidente «è conscio dei rischi di perdite». Nonostante siano impegnati circa 15.000 uomini (di cui 2.000 iracheni) armati di tutto punto contro circa 5.000 guerriglieri, con armi meno sofisticate ma che stanno opponendo resistenza all'avanzata dei carri armati. Che cosa faranno i marine? Scenderanno dai loro carri armati per stanare casa per casa i combattenti? Sarà sicuramente un bagno di sangue.

Forse anche per questo Bush, che ha subito avuto l'appoggio di Blair, ha voluto che il governo Allawi si assumesse tutte le responsabilità, così come sono state coinvolte le forze speciali irachene in prima linea nell'attacco, con una forte presenza dei peshmerga kurdi, i più sicuri alleati degli Stati uniti, anche se nei giorni scorsi proprio un comandante kurdo ha disertato dopo aver conosciuto il piano d'attacco. Evidentemente gli americani pensano che i kurdi - pur essendo in grande maggioranza sunniti - siano meno sensibili agli appelli delle autorità religiose sunnite che ieri hanno lanciato un appello alla «diserzione». «Esortiamo le forze irachene, la Guardia nazionale e gli altri musulmani ... a essere coscienti che stanno per fare un gravissimo errore nell'invadere città irachene sotto le insegne di forze che non hanno alcun rispetto della religione o dei diritti umani» (Abu Ghraib si trova a pochi chilometri da Falluja), ha dichiarato l'Associazione degli ulema sunniti.

L'attacco contro Falluja era stato ampiamente annunciato e minacciato dallo stesso Allawi che nei giorni scorsi si era anche scontrato con il presidente Ghazi al Yawar sull'opportunità di risolvere militarmente la questione e aveva sprezzantemente liquidato il monito di Kofi Annan sulla pericolosità di tale operazione che potrebbe compromettere le elezioni fissate per gennaio. In preparazione, domenica, il premier aveva decretato lo stato d'emergenza per due mesi in tutto il paese escluso il Kurdistan: coprifuoco, restrizioni nei movimenti, isolamenti e rastrellamenti in zone sospette, congelamento dei beni dei sospettati, etc. Ieri ha completato il quadro con le misure speciali riservate alle zone di Falluja e Ramadi in vista dell'attacco. Sono state anche chiuse le frontiere con la Giordania e la Siria - potranno passare solo i mezzi per l'approvvigionamento alimentare - mentre l'aeroporto è stato chiuso per 48 ore. Prima dell'inizio dell'attacco, Allawi ha visitato la base Usa di Falluja e ha parlato alle truppe irachene: «il vostro lavoro è di arrestare gli assassinii ma se li uccidete, così sia».

L'inizio dell'offensiva, ieri sera, carri armati appoggiati da aerei, che hanno sganciato anche bombe da 1 tonnellata, hanno attaccato la zona nord della città dove si ritiene siano concentrati i mujahidin. La mattina, le truppe americane avevano preso il controllo dei due ponti sull'Eufrate e del principale ospedale, dopo scontri che avrebbero provocato la morte di 38 ribelli, secondo Allawi, di 12 civili, secondo fonti ospedaliere. Successivamente le truppe avrebbero preso il controllo anche della stazione ferroviaria, dove la resistenza incontrata è stata più forte. Già dal giorno prima la città era stata completamente circondata e isolata, la maggior parte dei circa 200.000 abitanti sono fuggiti, ma in città restano ancora decine di migliaia di civili. Che difficilmente potranno festeggiare l'Aid, la festa di fine Ramadan, tra qualche giorno.