Fuga da Falluja massacrata dalle
bombe
Fissata per il 22 e 23
novembre a Sharm el Sheikh la conferenza sull'Iraq. Il veto
Usa sulle partecipazioni rischia di ipotecare l'iniziativa e
riapre lo scontro con la Francia. Blair: non è stato ancora
deciso lo spostamento di truppe. Dopo il rapimento di Margaret
Hassan, Care sospende le attività in Iraq. A Falluja, un
missile uccide un'intera famiglia
GIULIANA SGRENA
Una famiglia massacrata, genitori e quattro figli.
Le vittime dell'ennesimo raid americano su Falluja. «La casa
era completamente distrutta da un missile sganciato da un
aereo americano e noi abbiamo tirato fuori da sotto le macerie
i corpi di quattro bambini, di una donna e di un uomo», ha
raccontato Bassam Mohammed, un abitante di Falluja, citato
dall'agenzia francese Afp. Mentre la macabra litania
dei comunicati del comando Usa ha ripetuto anche ieri: due
«case rifugio dei terroristi» legati all'esponente di al Qaeda
Zarqawi sono state distrutte. Ma le vittime sono sempre
civili. Quei pochi che sono rimasti a Falluja perché non sanno
dove andare. La maggior parte della popolazione è fuggita per
andare a passare il Ramadan nei villaggi vicini o a Baghdad.
Le moschee sono vuote all'ora della preghiera, quando si rompe
il digiuno. Non solo gli abitanti, ma anche i combattenti dei
vari gruppi, probabilmente persino i seguaci di Zarqawi,
sarebbero ripiegati sulla provincia di Anbar, a Hit, verso il
confine siriano e a Rawah, sull'Eufrate. Il premier Allawi la
scorsa settimana aveva minacciato la popolazione che se non
avesse consegnato Zarqawi avrebbe affrontato quello che sta
puntualmente avvenendo. Mille uomini, forze congiunte Usa e
irachene, da giorni hanno circondato Falluja, continuano a
bombardare, nelle aree adiacenti hanno dovuto anche scontrarsi
con la resistenza, ma non osano ancora a entrare nella città,
abbandonata dopo l'assedio di aprile. Rioccupare quella che è
stata fin dall'inizio dell'occupazione il simbolo della
resistenza non è compito facile, nemmeno per il potente
esercito americano. Che infatti ha chiesto rinforzi ai
britannici che controllano il sud del paese, per poter
liberare forze da Latifya e Iskandaria e spostarle,
verosimilmente, su Falluja. La richiesta è stata subito letta
anche in chiave elettorale, come un ribadito appoggio di Blair
a Bush. Di fronte alle polemiche suscitate, ieri Blair, sotto
pressione anche per il rapimento della cooperante Margaret
Hassan, ha detto di non aver ancora deciso se spostare le
truppe da sud alle zone più pericolose del centro. Anche se
molti pensano che abbia già dato una risposta positiva,
ipotesi suffragata da movimento di truppe britanniche intorno
a Bassora.
Le organizzazioni umanitarie in Iraq hanno
lanciato l'allarme per le conseguenze dei continui raid aerei
su Falluja. E proprio ieri, in seguito al rapimento di
Margaret Hassan avvenuto martedì, Care international, una
delle ong più impegnate nel paese ha deciso di sospendere la
propria attività. A fare il possibile per la liberazione della
donna inglese, nata in Irlanda, che ha acquisito la
nazionalità irachena per aver sposato un iracheno, si sono
impegnati oltre a Blair, anche il governo irlandese, con
maggiore voce in capitolo visto che non ha partecipato
all'occupazione dell'Iraq. Un accorato appello per la
liberazione della moglie è stato lanciato da Tahseen Ali
Hassan, marito di Margaret, attraverso le tv del Golfo, al
Jazeera - che ha trasmesso anche il video della
rivendicazione - e al Arabiya. «Mia moglie non è
coinvolta nella politica. La sua attività è puramente
umanitaria e mira ad aiutare il popolo iracheno», ha
detto.
Ieri sono stati invece liberati due ostaggi
egiziani, si dice, per intercessione del gruppo di Zarqawi.
Non sono mancate i quotidiani attacchi: un'autobomba è
scoppiata sulla strada per l'aeroporto ma, secondo il comando
Usa, sarebbe morto solo il kamikaze. Un'altra esplosione è
avvenuta nella centrale Haifa street, spesso teatro di
sanguinosi scontri, che ha provocato solo un grande cratere.
Negli scontri tra forze irachene e ribelli a Baquba è rimasto
ucciso un ragazzo di 15 anni, Ahmed Mohammed Ismail.
Al
Cairo è stata invece fissata la data della conferenza
sull'Iraq che si terrà a Sharm el Sheikh il 22 e 23 novembre.
Fin da subito gli Usa hanno voluto porre i loro veti che
rischiano di far naufragare l'iniziativa sul nascere, oltre
che di riaprire lo scontro con la Francia. «Deve essere un
incontro a livello governativo», ha detto l'incaricato degli
affari del Medio oriente per il Dipartimento di stato Usa,
William Burns, al termine di un incontro con il presidente
egiziano Hosni Mubarak. «Noi pensiamo alla conferenza come ad
una importante opportunità per aiutare gli iracheni e il
governo iracheno», ha aggiunto. «E' una conferenza ufficiale
tra governi e agenzie internazionali», gli ha subito fatto eco
il ministro degli esteri iracheno, Hoshyar Zebari, da
Baghadad. «Non ci sarà nessun partito politico iracheno e
nessuna organizzazione», ha detto il ministro. Qualche
spiraglio in più l'ha lasciato aperto il portavoce di Mubarak,
Maged Abdul Fattah: «non c'è ancora stata nessuna
decisione,... l'Egitto vuole che tutte le parti irachene
esprimano i loro punti di vista alla conferenza». Secondo
Faath la conferenza dovrebbe essere preceduta da sessioni
organizzate dall'Onu con la partecipazione di rappresentanti
governativi, ma anche incontri di rappresentanti della società
civile in modo che possano presentare le loro
raccomandazioni». Posizioni comunque difficilmente
conciliabili con la richiesta della Francia di far partecipare
gruppi della resistenza che rinuncino alla violenza e di
mettere all'ordine del giorno il ritiro delle truppe di
occupazione.