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Reporter freelance Dahr Jamail è un giornalista americano con un blog molto seguito. Ha trovato un
medico testimone dell'assedio americano
Niente prigionieri I marine sparavano su tutto e su tutti. Anche su chi si arrendeva e sui malati in camera operatoria.
Ora i profughi hanno paura
16 febbraio - Queste sono le storie che continueranno a
emergere dalle macerie di Falluja per anni. Anzi,
per generazioni. Parlando a condizione di mantenere l'anonimato, il dottore
è seduto insieme a me in una stanza d'albergo ad
Amman, dove ora si è rifugiato. Aveva parlato di ciò che ha
visto a Falluja nel Regno Unito ed ora è
minacciato dai militari statunitensi, qualora tornasse in Iraq. «Ho
cominciato a parlare di quello che era successo a Falluja
durante entrambi gli assedi affinché queste cose si sappiano, e gli
americani hanno fatto irruzione a casa mia per tre volte» dice, parlando
così in fretta che riesco a malapena a stargli dietro. Avendo lavorato a Falluja, possiede prove video e fotografiche di tutto
ciò che mi racconta.
«Sono entrato nella città con un convoglio sanitario e umanitario britannico
alla fine di dicembre, e sono rimasto fino alla fine di gennaio, ma ero già
stato a Falluja per lavorare con la gente e
vedere quali fossero i loro bisogni, perciò ero lì
dall'inizio di dicembre». Quando gli chiedo di spiegare cosa ha visto
quando è entrato a Falluja a dicembre, mi
risponde che era come se la città fosse stata colpita da uno
tsunami. «Falluja è
circondata da campi profughi dove le persone vivono in tende e vecchie
automobili», spiega. «Mi sono tornati in mente i campi profughi palestinesi.
Ho visto bambini tossire per il freddo, e non ci sono medicine. Quasi tutti
hanno lasciato le loro case senza niente, senza
soldi. Come possono vivere dipendendo solo dagli aiuti umanitari?». In un
campo profughi nell'area nord di Falluja c'erano
1200 studenti che vivevano in sette tende.
«Una storia riguarda una ragazza di sedici anni», racconta, riferendosi a una delle testimonianze che ha filmato recentemente.
«Lei è rimasta per tre giorni in casa con i corpi dei suoi familiari che
erano stati uccisi. Quando i soldati sono
arrivati, si trovava in casa con suo padre, sua madre, il fratello di 12
anni e due sorelle. Ha visto i soldati entrare e sparare a sua madre e a
suo padre direttamente, senza dire niente». La ragazza è riuscita a
nascondersi dietro il frigorifero con il fratello e ha assistito a questi
crimini di guerra. «Loro hanno percosso le due sorelle della ragazza, poi
hanno sparato loro in testa», dice. «Dopo questo
fatto suo fratello, in preda a uno scatto d'ira, è
corso verso i soldati urlandogli qualcosa, così quelli hanno ucciso anche
lui». «Dopo che i soldati se ne sono andati lei è rimasta nascosta. È
rimasta con le sue sorelle perché sanguinavano, erano
ancora vive. Aveva troppa paura di chiedere aiuto perché temeva che i
soldati tornassero e uccidessero anche lei. È rimasta lì
tre giorni, senza acqua né cibo. Alla fine uno dei cecchini
americani l'ha vista e l'ha portata all'ospedale», aggiunge prima di ricordami ancora una volta che tutta la testimonianza
della ragazza è documentata su pellicola.
Mi racconta brevemente un'altra storia che ha documentato, di una madre che
era in casa durante l'assedio. «Il quinto giorno d'assedio la casa è stata
bombardata e il tetto è caduto sul figlio tranciandogli le gambe» dice
usando le mani per mimare la scena. «Per ore la donna non è potuta uscire
perché avevano annunciato che avrebbero sparato a chiunque fosse andato in strada. Perciò
non ha potuto fare altro che fasciargli le gambe e guardarlo morire davanti
ai suoi occhi». Fa una pausa per tirare il fiato, poi continua. «Uno dei
miei colleghi, il dottor Saleh Alsawi, ha parlato di loro con grande
rabbia. Si trovava all'ospedale principale quando loro hanno fatto
irruzione, all'inizio dell'assedio. Sono entrati nella sala del teatro dove
stavano lavorando su un paziente... lui era lì
perché è un anestesista. Sono entrati con gli scarponi addosso, hanno
malmenato i dottori e li hanno portati via, lasciando il paziente a morire
sul tavolo operatorio». Questa storia è già stata riferita dai media arabi. Il medico mi parla del bombardamento
della clinica Hay Nazal
durante la prima settimana di assedio. «Questa
conteneva tutti gli aiuti stranieri e le apparecchiature sanitarie di cui disponevamo. Tutti i comandanti Usa lo sapevano, perché
glielo avevamo detto in modo che non la
bombardassero. Ma nella prima settimana d'assedio
l'anno bombardata due volte». Poi aggiunge: «Naturalmente hanno preso di mira tutte le nostre ambulanze e i dottori. Lo sanno
tutti».
Il dottore mi dice che lui e alcuni altri medici stanno cercando di citare
in giudizio l'esercito americano per il seguente episodio, per il quale
egli ha la testimonianza su nastro. È una storia che mi è stata raccontata
da molti profughi anche a Baghdad... alla fine dello scorso novembre mentre
l'assedio era ancora in corso. «Durante la seconda settimana di assedio sono entrati e hanno annunciato che tutte le
famiglie dovevano lasciare le loro case e recarsi all'incrocio della strada
portando una bandiera bianca. Gli hanno dato 72 ore per andarsene e poi sarebbero stati considerati nemici» spiega. «Abbiamo
documentato questa storia con un video: una famiglia di 12 persone, tra cui
un parente e il suo figlio più grande di 7 anni.
Avendo ricevuto queste istruzioni, sono andati via con tutto il cibo e i
soldi che potevano riuscire a portare, e le bandiere bianche. Quando sono
arrivati al punto di raccolta dove le famiglie si stavano affollando, hanno
sentito qualcuno gridare `ora!' in inglese, e dappertutto sono cominciati a
piovere colpi di arma da fuoco».
Il giovane che ha raccontato questo episodio, ha
visto i cecchini sparare a suo padre e a sua madre: sua madre alla testa e
suo padre al cuore. Sono state colpite anche le sue due zie, poi suo
fratello è stato colpito al collo. L'uomo ha detto che quando si è alzato
dal terreno per chiedere aiuto, gli hanno sparato a
un fianco. «Dopo alcune ore ha alzato il braccio per chiedere aiuto e gli
hanno sparato al braccio» continua il dottore, «dopo un pò
ha alzato la mano e gli hanno sparato alla mano». Un ragazzino di sei anni
si è sollevato sopra i corpi dei suoi genitori; piangeva, e hanno sparato
anche a lui. «Sparavano a chiunque si alzasse»
aggiunge il dottore, che mi ha detto di avere fotografie dei morti e delle
ferite da arma da fuoco dei sopravvissuti. «Dopo che è sceso il buio,
l'uomo che ha parlato con me con suo figlio, sua cognata e sua sorella è riuscito a strisciare via. Hanno raggiunto un edificio e
ci sono rimasti otto giorni. Avevano un bicchiere d'acqua e l'anno dato al
bambino. Hanno messo olio da cucina sulle ferite che naturalmente si erano
infettate, e per mangiare hanno trovato delle radici e dei datteri».
Qui il dottore si ferma. Si guarda intorno, mentre fuori passano le
macchine sulle strade bagnate... l'acqua sibila sotto le gomme. Ha lasciato
Falluja alla fine di gennaio, perciò gli chiedo
com'era la situazione quando se n'è andato, recentemente. «Forse è tornato
il 25% delle persone, ma non ci sono ancora medici. Ora l'odio a Falluja contro ogni americano è incredibile, e non li si può biasimare. L'umiliazione ai check-point non fa che rendere la gente ancora più
furiosa» mi spiega. «Sono stato lì, e ho visto che chiunque volti la testa viene minacciato e malmenato dai soldati americani e
iracheni... un uomo lo ha fatto, e quando il soldato iracheno ha tentato di
umiliarlo, l'uomo ha preso il fucile di un soldato che si trovava lì vicino
e ha ucciso due soldati iracheni. Poi naturalmente gli hanno sparato». Il
dottore mi dice che l'esercito americano che sta girando dei film di
propaganda sulla situazione. «Il 2 gennaio al check-point
nella zona nord di Falluja davano 200 dollari a
famiglia per tornare in città in modo che potessero filmarli, quando in
realtà in quel momento nessuno stava tornando» dice. Questo mi ricorda
della storia che mi ha raccontato un mio collega su quello che ha visto a
gennaio. In quel periodo la troupe della Cnn è
stata scortata dai militari a filmare i netturbini che erano stati assunti
come figuranti, e i soldati che davano le caramelle ai bambini. «Tu devi
capire - conclude il dottore - dopo tutto questo
odio è diventato difficile per gli iracheni, me compreso, distinguere tra
il governo americano e il popolo americano».
Traduzione Marina Impallomeni
Articolo originale:
http://www.uruknet.info/?p=9546
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