La lenta agonia di Falluja
Nella città fantasma manca l'acqua,
l'elettricità, le medicine e scarseggia il cibo. Ma gli Usa e
il premier Allawi impediscono alle organizzazioni umanitarie
di portare aiuti
GIULIANA
SGRENA
Icomandi militari Usa
sperano che la resistenza di Falluja cada entro questa notte.
Forse temono l'effetto che potrebbe avere la fine del Ramadan
e la celebrazione dell'Aid nel rinfocolare la battaglia. Il
segretario alla difesa Usa Donald Rumsfeld in visita in
Salvador, l'unico paese latinamericano che mantiene truppe in
Iraq, non fa previsioni sui tempi: «Sono a buon punto e
concluderanno l'operazione con successo. Ci vorrà il tempo
necessario». George Bush conferma: sono stati fatti «progressi
sostanziali», ha detto in una conferenza stampa congiunta con
Tony Blair. Sul terreno, le truppe americane stanno cercando
di intrappolare i combattenti a sud, schiacciandoli lungo le
rive dell'Eufrate. «Non possono andare al nord perché ci siamo
noi. Non possono andare a ovest perché c'è il fiume, non
possono andare a est perché abbiamo una forte presenza», ha
detto il sergente maggiore Roy Meek. Ma qualche ora dopo una
forte esplosione si è sentita nel distretto di nord-ovest
Jolan. «La situazione è molto pericolosa perché gli insorti
non sanno dove andare e stanno seduti in casa ad aspettarci»,
sostiene il caporale Will Porter incaricato di dare la caccia
ai guerriglieri casa per casa. I cecchini colpiscono ovunque,
anche il quartier generale delle forze Usa. Il numero dei
feriti americani si è moltiplicato - sono centinaia -, tanto
da imporre un aumento dei posti letto nell'ospedale della base
tedesca di Landstuhl, dove vengono portati. Il numero dei
morti è salito a 23, uno dei quali a baghdad, dove è stato
anche abbattuto un Black Hawk.
La sorte peggiore tocca
agli iracheni. Gli americani parlano di 600 combattenti
uccisi, ma non riferiscono di civili, ammesso che la cifra sia
realistica, evidentemente non fanno distinzioni. Perché
vittime civili ci sono, come risulta dalle testimonianze: si
parla di donne e bambini colpiti da schegge di granate o dalle
bombe. Un bambino di nove anni colpito allo stomaco da schegge
è morto dissanguato perché non ha potuto essere curato. A
Falluja non ci sono più équipe mediche, nell'attacco a una
clinica gli americani hanno ucciso venti medici. E poi i
marine sparano su tutto quello che si muove. Falluja è una
città fantasma, piena solo di cadaveri. Fadhil Badrani, un
giornalista iracheno di Falluja, dice che le strade sono piene
di cadaveri e il tanfo è insopportabile. Non sono solo le
morti a prefigurare un disastro umanitario, già denunciato
dalla Mezzaluna rossa irachena, sostenuta anche dalla Croce
rossa e dall'Unicef. «Non c'è acqua, la gente beve acqua
sporca. I bambini muoiono. Si mangia farina perché non c'è
altro cibo», ha raccontato quando è arrivato a Habbiniya Rasul
Ibrahim, che è riuscito a fuggire a piedi con la famiglia,
moglie e tre bambini. Habbaniya, che si trova a una ventina di
chilometri a ovest di Falluja, è diventata un campo profughi
dove si sono rifugiate circa 2.000 famiglie. I rifugiati,
molti dei quali vivono dentro le scuole o sotto le tende,
soffrono di diarrea e malnutrizione, hanno bisogno di medicine
e cibo, sostiene Firdoos al Ubadi, portavoce della Mezzaluna
rossa (Ircs). Un convoglio di aiuti ha raggiunto Habbaniya
giovedì, un altro è ad Amiriya - con acqua potabile, cibo e
medicine, un team di sette medici e personale per il soccorso
- pronto per essere inviato a Falluja. Ma gli appelli rivolti
dalle organizzazioni umanitarie agli Usa e al governo iracheno
perché permettano di portare aiuti a Falluja sono rimasti
inascoltati. L'agonia di Falluja si consuma di fronte alla
criminale indifferenza degli Stati uniti, ma anche del governo
iracheno, o almeno del premier ad interim Allawi, perché pare
che il governo sia diviso al suo interno. «Se vinceremo,
l'Iraq sarà più prossimo a diventare un paese libero e
democratico, fervente desiderio dei nostri cittadini», ha
detto Allawi in una intervista al britannico Sun. Ma
innanzitutto i cittadini di Falluja vogliono vivere. Ed è
contro il premier che si stanno concentrando i
risentimenti.
Ieri è tornato a farsi vivo, su un sito
Internet, Abu Musab al Zarqawi, per la pretesa cattura del
quale gli Usa stanno distruggendo Falluja. Zarqawi, che
evidentemente non si trova asserragliato sulle rive
dell'Eufrate, ha invitato i ribelli a resistere: «Eroi
dell'islam a Falluja, sia benedetta la vostra santa guerra....
Non abbiamo dubbi che i segni della vittoria di dio
appariranno all'orizzonte». Per ora quello che possono sperare
gli abitanti di Falluja è di vedere sorgere del primo spicchio
di luna che segna la fine del Ramadan, ma l'Aid non sarà una
festa.