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L'invito, scritto in inglese e firmato da Tarek Aziz, era
stato spedito con due mesi di anticipo, a marzo del 1999. «Dear Mister
Roberto Formigoni - recitava - l'aggressione anglo-americana contro l'Irak
crea un problema per la Nazione Araba e per tutto il mondo... noi pensiamo
che sia ora di condannare quest'aggressione e chiedere la fine
dell'embargo... Su questa base La invitiamo alla conferenza che si terrà a
Baghdad». La stessa lettera era stata inviata al parlamentare della
sinistra laburista inglese George Galloway, al leader ultranazionalista
russo Vladimir Zhirinovsky e a decine di altri politici e opinion-maker di
tutto il mondo ai quali si offriva viaggio, vitto e alloggio a spese dal
governo iracheno.
La conferenza si aprì l'1 maggio 1999 al Mansour Melia Hotel di Baghdad.
Per l'occasione, gli iracheni avevano tappezzato l'albergo di striscioni,
in inglese, che denunciavano «l'oppressione americana» e chiedevano la fine
dell'embargo. La sala si cominciò a popolare a metà mattinata. Ovviamente a
riempirsi subito furono le prime file, quelle davanti al palco dove si
sarebbe sistemato Tarek Aziz. I posti migliori se li contesero i molti
invitati provenienti dall'estero, un gruppetto di dirigenti iracheni e i
pochi ambasciatori residenti a Baghdad. Il presidente della Regione
Lombardia Roberto Formigoni preferì prendersela con calma, soffermandosi a
conversare all'ingresso e lasciando che la sala si riempisse quasi
completamente. Quando si affacciò Tarek Aziz era però lì pronto a
salutarlo. Primo tra tutti gli invitati alla conferenza. Aziz lo prese
sottobraccio e lo accompagnò fino a davanti al palco dove chiese a un suo
sottoposto in divisa di alzarsi per far accomodare l'ospite italiano. Fu
quindi dalla prima fila che, quando venne il suo turno, Formigoni si alzò
per raggiungere il microfono sul palco ed esprimere pubblicamente il
proprio sdegno per le «ingiuste sanzioni che uccidono i bambini».
Gli invitati a Baghdad. Non è certamente un caso se
l'elenco degli invitati a quell'evento, stilato da Saddam Hussein assieme a
Tarek Aziz, riporti molti degli stessi nomi di un altro elenco oggi in
possesso della speciale commissione d'inchiesta creata da Kofi Annan per
indagare sulla vicenda e diretta da Paul Volcker. L'elenco, rinvenuto negli
archivi del ministero del Petrolio iracheno, contiene i nomi di decine di
personalità straniere a cui, tra il 1997 e il 2003, il regime di Saddam ha
dato in omaggio "buoni" per centinaia di milioni di barili di
petrolio in cambio del loro supporto alla campagna per l'abolizione delle
sanzioni imposte all'Irak dopo la Prima Guerra del Golfo.
In entrambi gli elenchi si legge il nome di Roberto Formigoni. Nel secondo
elenco il presidente della Lombardia spicca in quanto maggiore beneficiario
di petrolio tra tutti i politici occidentali, con 24 milioni di barili.
Solo i russi possono vantarsi di aver fatto meglio di lui.
Che Formigoni fosse oggetto di un trattamento speciale per volontà dello
stesso Saddam Hussein è attestato da alcune carte rinvenute negli archivi
del ministero del Petrolio di cui «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times»
hanno ottenuto copia. In questi fogli le assegnazioni di Formigoni sono
spesso registrate con la dicitura "Richieste speciali", ma in due
occasioni c'è una nota aggiunta a mano in cui si spiega che i quantitativi
di petrolio concessi erano stati approvati dal presidente iracheno in
persona.
Nelle stesse carte il nome di Formigoni appare ripetutamente inserito tra
parentesi a fianco a quello della Cogep, società di Milano il cui nome
completo è Costieri Genovesi Petroliferi. A ottobre dell'anno scorso,
contattato dal Sole-24 Ore, il titolare della Cogep, Natalio Catanese,
confermò di aver avuto contratti di petrolio dalla società petrolifera
irachena Somo, ma negò che fossero in alcun modo collegati al presidente
della Regione Lombardia. Questo diniego è stato ribadito anche adesso:
«Confermo oggi quello che ho detto mesi fa» ha dichiarato Catanese.
Prima di partecipare al programma Oil for Food, la Cogep era una società
che non trattava greggio. Tant'è che non aveva alcun trader alle sue
dipendenze. Il suo core business veniva dai depositi che aveva a Genova e
Alessandria e dalla movimentazione di piccoli volumi di gasolio. Insomma
gestiva autobotti, non petroliere. Tra il 1994 e il 1997, i bilanci
societari parlano di ricavi che oscillano tra i 30 e i 67 miliardi di
vecchie lire. Tutto cambia nel 1998 quando, grazie ai contratti ottenuti in
Irak, i ricavi balzano a 167 miliardi, per poi arrivare a 384 nel 1999 e
stabilizzarsi tra i 185 e i 220 nei tre anni successivi. Dopodiché, con
l'invasione americana del marzo 2003, finisce la pacchia e i ricavi tornano
ai livelli di una volta: 47 miliardi. Ma come ha fatto una piccola azienda
di prodotti petroliferi raffinati senza alcuna esperienza nel trading di
greggio a diventare uno degli interlocutori privilegiati della società
petrolifera di Stato irachena Somo? Gli investigatori dell'Onu hanno
scoperto che la risposta sta nel nome del suo sponsor: Roberto Formigoni.
Nel gennaio scorso, il presidente della Regione Lombardia disse al Sole-24
Ore di «aver aiutato aziende italiane a fare affari con l'Irak nell'ambito
del programma Oil for Food», negando di aver avuto a che fare con i contratti
della Cogep. Contattato nuovamente, il presidente non ha voluto accettare
l'invito di replica in questo articolo, limitandosi a rinviarci alla
dichiarazione di un anno fa.
Il ruolo di Formigoni. Ma c'è un documento
rinvenuto a Baghdad, di cui «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno
copia, che lo smentisce. È un fax spedito alle 12,57 del pomeriggio dell'8
giugno 1998. L'intestazione dice «Da: Formigoni. A: Tarek Aziz».
«Eccellenza - recita - in seguito al nostro incontro a Roma, del quale le
sono grato, poiché so che Somo sta firmando i nuovi contratti, mi lasci
ricordarle i nomi delle società petrolifere italiane che le ho segnalato:
una è la Cogep e l'altra la Nrg Oil. Molte grazie per quello che sarà in
grado di fare. Cordiali saluti, Roberto Formigoni». Sul fax si leggono due
note scritte a mano in arabo con cui si trasmette il messaggio al ministro
del Petrolio e al direttore esecutivo della Somo e si notano i timbri di
accettazione dei loro uffici.
Né Catanese né Formigoni possono inoltre smentire di conoscere il
personaggio-chiave di questa vicenda: un signore cinquantenne di nome Marco
Mazarino De Petro. Ex onorevole democristiano, ex sindaco di Chiavari (fu
costretto a dimettersi nel 1987 in seguito a uno scandalo su una faccenda
di appalti pubblici), tra i primi iscritti a Comunione e Liberazione e al
Movimento Popolare, De Petro è attualmente presidente della Avio Nord,
minicompagnia aerea specializzata nel trasporto organi controllata dalla
Regione Lombardia. Ma De Petro ha anche un'altra attività. Quando «Il
Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno chiamato il Pirellone, sede della
Regione a Milano, chiedendo di lui, si sono sentiti rispondere che è
reperibile al numero della segreteria della Presidenza, dove ha a
disposizione un ufficio. Stessa cosa a Roma, a piazza del Gesù, nella sede
distaccata della Regione Lombardia. Lì «Il Sole-24 Ore» e il «Financial
Times» sono stati indirizzati a Gianna Antonini, la segretaria factotum del
presidente Formigoni che non esita a spiegare di lavorare con l'ex sindaco
di Chiavari «da anni».
Raggiunto telefonicamente da «Il Sole-24 Ore» e dal «Financial Times», De
Petro ha ammesso di aver avuto il mandato «da parte della Regione Lombardia
di tenere i rapporti internazionali con vari Paesi, incluso l'Irak». Ha
anche confermato di esser stato a Baghdad «molte volte per missioni
umanitarie e per missioni con imprenditori italiani interessati ad avere
rapporti con l'Irak».
Ma per sciogliere questa complessa matassa politico-economica è opportuno
fare un salto indietro nel tempo, all'avvio operativo del programma Oil for
Food, nel 1997. Pur avendo le seconde maggiori riserve petrolifere al
mondo, l'Irak era stato chiuso alle esportazioni sin dai giorni
dell'invasione del Kuwait, nel 1990. La riapertura di quel mercato faceva
gola a tutti. Eni inclusa.
Nell'aprile di otto anni fa, la compagnia petrolifera italiana decise di
invitare nel nostro Paese il ministro del Petrolio iracheno, il generale
Amir Rashid. Il 22 aprile, un jet dell'Eni volò ad Amman per prendere il
ministro e portarlo a Roma, dove venne sistemato in pompa magna nella suite
105-106 dell'Excelsior, l'albergo di via Veneto a fianco dell'ambasciata
americana. Il generale Rashid era un ospite tanto prezioso quanto ambito, e
a Roma venne ricevuto da ministri del Governo Prodi, membri del Parlamento
e industriali. Lui aveva però una richiesta particolare: voleva portare i
saluti di Tarek Aziz al presidente della Regione Lombardia Roberto
Formigoni. Ovviamente fu accontentato. Il 25 aprile, alle 9,50 del mattino
il jet dell'Eni atterrò all'Ata, lo scalo privato di Linate. Lì, nella
saletta Vip ad attendere il ministro Rashid c'era Roberto Formigoni
accompagnato da una giovane interprete. Alcuni mesi dopo quell'incontro,
nell'autunno del 1997, Marco De Petro cominciò a contattare esperti del
settore energetico per discutere della possibilità di piazzare contratti di
greggio iracheno. Non era un campo che gli era familiare. Per settimane il
consulente di Formigoni annaspò pressoché nel buio contattando persone
inadatte, prima di approdare alla Cogep.
De Petro trovò un accordo con i Catanese e a metà gennaio 1998 partì per
l'Irak con un esperto di trading di greggio appositamente assoldato dalla
Cogep. Dopo due giorni di trattative, il 18 gennaio, arrivò il momento
della firma del contratto con il direttore generale della Somo, Saddam
Hassan, cugino del leader iracheno. Era domenica e De Petro si presentò
come sempre vestito in blazer blu e pantaloni grigi - una sorta di divisa a
cui non rinunciava mai. Lo aspettava un contratto lungo dieci pagine. Nella
decima erano riportati prima il nome e i dati del venditore - la Somo - e
poi quelli dell'acquirente - la Cogep. Sotto c'era lo spazio per le firme.
In rappresentanza del venditore firmò per primo Hassan. Poi fu la volta di
De Petro, che pose la firma sotto la dicitura «For buyer» - per
l'acquirente. Insomma, il primo contratto di acquisto da parte della Cogep
di petrolio iracheno - e l'unico ad esser stato siglato a Baghdad (gli
altri furono sempre inviati per fax) - non venne firmato da un funzionario
della società milanese bensì dal consulente di Roberto Formigoni. Quando
l'hanno vista, gli investigatori dell'Onu hanno immediatamente capito che
quella firma costituiva una vera e propria svolta nelle indagini. Per la
prima volta erano infatti in grado di documentare il legame tra una società
petrolifera che aveva firmato un contratto con la Somo e un uomo politico
incluso nella lista dei beneficiari dei "buoni" petroliferi
stilata dal ministero iracheno.
Da parte sua De Petro non ha problemi ad ammettere di aver accompagnato
personale della Cogep negli uffici della Somo, ma nega fermamente di aver
mai firmato alcun contratto. «Non ho mai firmato contratti per la Cogep -
dice - Non avevo alcun titolo per farlo». Titolo o non titolo, gli
investigatori hanno appurato che gli iracheni lo associavano alla Cogep.
Tant'è che svariati documenti successivi arrivarono indirizzati a lui. Un
esempio è offerto dal fax spedito dal direttore della Somo Saddam Hassan il
13 giugno 1998. È la copia firmata del secondo contratto, indirizzata a
«Cogep Srl, Milano, Italy, Attn Mister Marco».
Da parte sua, De Petro non sentiva però obblighi particolari nei confronti
della società milanese ed era disposto a "diversificare". «Il Sole-24
Ore» e il «Financial Times» hanno appurato che per questo entrò in contatto
con l'ingegner Alberto Olivi, un ex trader petrolifero della Cameli
diventato amministratore unico e proprietario della Nrg Oils, la società
genovese segnalata da Formigoni nel suo telex a Tarek Aziz assieme alla
Cogep. Documenti trovati negli archivi iracheni confermano che la società
di Olivi aveva fatto affari con la Somo. «Ho avuto contratti nel 1996, nel
1999, nel 2001 e nel 2003» spiega a «Il Sole-24 Ore» e al «Financial Times»
l'ingegner Olivi, che sostiene di non essere a conoscenza di alcun
intervento a suo favore da parte di Roberto Formigoni. Olivi conferma però
di aver discusso di petrolio con Marco De Petro: «(De Petro, ndr) poteva
forse supportare l'aggiudicazione di contratti, ma non ci fu né il modo, né
il tempo, né l'intenzione di approfondire la cosa... I nostri incontri,
probabilmente a Baghdad, non hanno prodotto risultati ai fini delle
attività della mia società».
Gli affari della Cogep. Il rapporto tra il duo
Formigoni-De Petro e la Cogep continuò invece senza interruzioni per tutto
il corso del programma Oil for Food. De Petro in particolare fu tutt'altro
che distante o passivo. Al contrario, per tutti quegli anni ebbe incontri
regolari con la Cogep per discutere su come ottimizzare gli sforzi di
commercializzazione del greggio comprato.
Gli investigatori hanno scoperto che i primi incontri si tennero negli
stessi uffici della Cogep, al primo piano del numero 45 di via San Vittore.
Seduto attorno al bellissimo tavolo ovale inglese della sala riunioni, De
Petro si trovò spesso a discutere di petrolio fino a sera inoltrata con due
funzionari della Cogep, Natalio Catanese, suo figlio Andrea e suo fratello
Saverio, proprietario tra l'altro della società di design Almax e membro
della Compagnia delle Opere.
Delle decine di politici dei 52 Paesi che risultano aver avuto
"buoni" di petrolio dall'Irak, Roberto Formigoni è l'unico ad
aver ottenuto assegnazioni poi convertite in contratti eseguiti dal
gennaio1998 fino alla vigilia dell'invasione anglo-americana. Senza mai
un'interruzione. E il fatto che le sue assegnazioni siano continuate anche
dopo il 2000 è ritenuto particolarmente significativo. Gli investigatori
hanno infatti appurato che a partire dal 2000, su ordine di Saddam, la Somo
offrì petrolio soltanto a chi era disposto a pagare una tangente del 10% al
regime. Le compagnie petrolifere maggiori si rifiutarono di accettare
quest'imposizione in aperta violazione delle risoluzioni dell'Onu
ritirandosi dal mercato iracheno, ma la Cogep fu tra le società che si
prestarono al gioco permettendo così a Saddam di creare fondi neri,
riciclare denaro illecito e, tra le altre cose, acquistare armi.
Gli iracheni ovviamente non usarono mai la parola mazzetta (kickback, in
inglese) bensì il termine più morbido di sovrattassa (surcharge). Ma la
natura illegale di questi pagamenti era evidentemente chiara ai signori
della Cogep, perché tutti i versamenti vennero fatti da uno speciale conto
aperto presso la Ubs a Lugano, un conto diverso da quello della Paribas a
Ginevra da cui venivano aperte le lettere di credito ufficiali per
l'acquisto del petrolio iracheno. Gli investigatori hanno trovato tracce
documentali di pagamenti fatti dalla Cogep su due conti segreti della Somo,
il primo presso la Franzabank di Beirut e il secondo presso la National
Jordan Bank di Amman. In totale, la società milanese ha pagato 943mila
dollari in tangenti.
Se c'era il margine per pagare tangenti di questo calibro era perché la
Cogep ebbe modo di fare profitti non indifferenti sui 24 milioni di barili
acquistati in totale dalla Somo. Anche perché quei barili non li ha mai
neppure toccati: li ha sempre rivenduti a qualcuno che li andava a caricare
in Irak. Nel marzo del 1999, dal carico di una singola petroliera - la
Krovinken - riuscì a guadagnare 270mila dollari.
Non ci sono prove che Formigoni e De Petro sapessero di queste tangenti, ma
gli investigatori hanno appurato che non tutti i profitti sono rimasti
nelle casse della Cogep. A dimostrarlo è il contenuto di un faldone verde
che, almeno fino a qualche tempo fa, era conservato in via San Vittore. Per
la precisione nella stanza di Andrea Catanese, alle spalle della sua
scrivania, vicino alla finestra. Sul dorso, con pennarello indelebile blu,
c'era scritto un nome: Candonly. Dentro c'erano le fatturazioni di questa
società e le rimesse a essa pagate dalla Cogep.
A «Il Sole-24 Ore» e al «Financial Times» risulta che, ad eccezione del
primo contratto, quello del gennaio 1998, in cui il pagamento fu in
percentuale, per tutti gli altri contratti avuti dalla Somo la Candonly sia
stata pagata una commissione di tre centesimi per ogni barile di petrolio
acquisito dalla Somo.
Giri di prestanome. Ma chi c'è dietro Candonly
Limited? La società è stata registrata a Dublino nel 1991 da Jesse Grant
Hester, un prestanome di professione - una cosiddetta testa di legno - con
sedi legali nelle Channel Islands e a Cipro. È stata poi chiusa il 12
novembre 1999, sei mesi dopo la costituzione di una consorella londinese dallo
stesso nome. Amministratore e proprietario della Candonly inglese risulta
essere Michael Patrick Dwen, ma in realtà è anch'egli un prestanome di
professione con uffici nelle Channel Islands e a Cipro, e che soltanto in
Gran Bretagna è nel consiglio di oltre 400 società diverse. Jesse Grant
Hester appare con lui nei consigli di amministrazione di numerose società
sparse per il mondo.
Gli investigatori hanno appurato che oltre a queste "teste di
legno" c'è un altro signore associato alla Candonly: Marco Mazarino De
Petro. «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» sono inoltre in possesso di
un documento scritto a mano dal consulente di Formigoni, con il suo nome a
fianco a quello della Candonly Ltd.
De Petro nega invece di aver mai sentito nominare questa società o di aver
mai avuto alcunché a che fare con essa.
«Quelle della Somo non erano certamente elargizioni a perdere» commenta una
persona che frequentava Baghdad nel periodo in questione. «Se gli iracheni
tenevano il conto preciso di quello che davano a ogni personalità straniera
non era certo per caso. Era per poterlo riscuotere».
Agli investigatori dell'Onu risulta che ciò che più interessava agli
iracheni era il sostegno internazionale alla battaglia di Saddam contro le
sanzioni. E non c'è dubbio che su questo fronte Formigoni si sia dato molto
da fare. Fu lui stesso a vantarsene in una lettera scritta nel 1996 a Tarek
Aziz, in possesso de «Il Sole-24 Ore» e del «Financial Times». «Eccellenza
- si legge - innanzitutto vorrei confermare con questa lettera la mia
solidarietà nei confronti del popolo iracheno... Io ho dimostrato
formalmente la mia solidarietà sia davanti al mio Governo che davanti
all'opinione pubblica attraverso dichiarazioni e interviste. Credo di poter
affermare di aver contribuito a riequilibrare la posizione del Governo
italiano». Oltre a partecipare alla conferenza tenuta a Baghdad nel maggio
1999 e ad altre successive, Formigoni si impegnò in prima linea nella
campagna a favore della fine dell'embargo. L'11 novembre 2000 fu per esempio
lui alla testa della delegazione che partì dall'aeroporto di Linate a bordo
di un volo umanitario. Era il primo volo ufficiale italiano su Baghdad dopo
quello che nel 1991 era servito allo stesso Formigoni per riportare in
patria i nostri connazionali tenuti in ostaggio come "scudi
umani" da Saddam. A organizzare il viaggio del novembre 2000 fu la
Regione Lombardia. «Questa missione - dichiarò il governatore in una
conferenza stampa tenuta in una sala dell'aeroporto - è un segnale di
solidarietà a un popolo che soffre, ed esprime la nostra volontà che le
sanzioni contro l'Irak abbiano fine».
Nei mesi precedenti all'invasione anglo-americana del 2003, Formigoni si
schierò apertamente contro la guerra. Nel febbraio 2003 non esitò a
incontrare a pranzo lo stesso Tarek Aziz in occasione del suo viaggio dal
Papa, vano tentativo in extremis di fermare la macchina da guerra
americana. Nel suo piccolo anche De Petro si diede da fare: a novembre 2002
fu uno dei firmatari di una mozione al consiglio comunale di Genova che
criticava l'ipotesi di un intervento militare americano.
Non c'è ovviamente nulla di eccepibile in queste iniziative, peraltro
condivise da buona parte degli italiani. Gli investigatori dell'Onu stanno
ora cercando di stabilire se la campagna pubblica, del tutto legittima, sia
stata almeno in parte finanziata da pagamenti privati e non dichiarati.
Nell'aprile 2004 in una mozione presentata dall'opposizione nel consiglio
della Giunta regionale fu chiesto al presidente Formigoni di rassicurare i
cittadini lombardi di non aver fatto «opera di intermediazione petrolifera.
Perché ogni opera di intermediazione politica porta con sé vantaggi
economici». Il presidente Formigoni non ha mai risposto, ma a volergli
ripetere la domanda sarà presto anche la commissione dell'Onu.
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