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IRAQ |
Iraq La guerra delle Menzogne |
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Jhon Pilger, New Statesman,
Gran Bretagna |
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Ho fatto il
reporter in troppi luoghi dove le menzogne pubbliche hanno
,mascherato le colpe di grandi sofferenze - dall'Indocina
all'Africa del Sud, da Timor Est all'Iraq - per limitarmi a voltare pagina o
a spegnere il telegiornale, e accettare che il giornalismo sia soltanto
questo: "Aspettare davanti a una porta chiusa per sentirsi raccontare
delle frottole", come dice Russell Baker del New York Times. Le
poche eccezioni sollevano il morale. Un articolo di Robert
Fisk, il grande
giornalista dell'Indipendent, solleva sempre il
morale, indipendentemente dall'argomento trattato. Ma
i simulatori, le voci del murdochismo e le nullità
liberali della rampante potenza americana possono giustamente osservare che
la Pravda non ha mai pubblicato un Fisk. "Come ci
riuscite?", chiese un redattore della Pravda
che aveva visitato gli Stati Uniti insieme ad altri
giornalisti sovietici in piena guerra fredda. Dopo aver letto tutti i
giornali e guardato la tv, erano rimasti sbalorditi nel constatare
che le notizie e le opinioni dall'estero erano tutte più o meno identiche.
"Nel nostro paese per ottenere questi risultati mettiamo la gente in
prigione e gli strappiamo le unghie. Qual'è
il vostro segreto?". Il segreto è
l'accettazione, spesso inconscia, di un'eredità dell'Europa Imperiale: la
regola non scritta di raccontare paesi e società intere dal punto di vista
della loro utilità per gli "interessi" occidentali, minimizzando e
offuscando la colpa dei "nostri" crimini. "Cosa
dovremmo fare no?" è l'immancabile grido dei media, ma raramente
si chiedono chi siamo "noi" e quali siano le "nostre"
vere priorità, basate su una storia di conquiste e di violenza. Le sensibilità
progressiste sono offese, addirittura sconvolte dal doppio metro di giudizio
imperiale della modernità. Ma solo raramente si segue l'orma di sangue, i
collegamenti non si fanno mai, i "nostri" criminali - che uccidono
o sono complici nell'uccidere un gran numero di esseri
umani a distanza di sicurezza - non vengono nominati, a eccezione di un
simbolo occasionale come Henry Kissinger.
Almeno seimila operazioni criminali condotte nell'era moderna dagli Stati
Uniti, individuate e documentate, come il complotto che guidò la strage
"dimenticata" di circa un milione di persone in Indonesia nel
1965-66, hanno provocato più morti innocenti di
quelli uccisi nell'Olocausto. Mafia
dinastica. Ma questo è irrilevante
per il giornalismo di oggi. La protezione di
centinaia di tiranni, assassini e torturatori a opera
degli Stati Uniti, e persino l'addestramento di fanatici del jihad islamico nei campi della Cia
in Virginia e in Pakistan, non ha nessuna importanza. Il fatto che gli Stati
Uniti probabilmente ospitino più terroristi di
qualunque altro paese della terra, compresi i dirottatori di aeroplani e di
barche da Cuba, controllori degli squadroni della morte salvadoregni e uomini
politici che le Nazioni Unite hanno definito come complici di genocidio, non
ha evidentemente nessun interesse per chi sta davanti alla Casa Bianca e
racconta, con la faccia seria, "la guerra dell'America contro il Terrosismo". Che George Bush senior, ex capo
della Cia ed ex presidente, in
base a tutte le norme del diritto internazionale sia uno dei più
grandi criminali di guerra dell'era moderna, e che l'amministrazione
illegittima di suo figlio sia un prodotto di questa mafia dinastia, sono
fatti da non ricordare. Il resto della
risposta all'incredulo interrogativo sollevato dai giornalisti della Pravda in America è la censura per omissione. Quando
informazioni di vitale importanza illuminano i veri obiettivi della
"sicurezza nazionale", queste informazioni
perdono la "credibilità" dei media e vengono relegate ai margini,
consegnate all'oblio. E così in Europa la stampa
seria può promuovere falsi dibattiti per discutere se "noi"
dobbiamo attaccare l'Iraq. I protagonisti del dibattito, orgogliosi liberali
che con altrettanto orgoglio hanno sostenuto altre invasioni di Washington,
controllano il rispetto dei limiti. Questi
"dibattiti" sono impostati in modo tale che l'Iraq non risulta
essere nè un paese nè una
comunità di 22 milioni di esseri umani, ma solo un
uomo: Saddam Hussein.
Un'immagine del mefistofelico tiranno domina quasi sempre
la pagina. "Dovremmo fare la guerra a quest'uomo?",
è uno dei titoli che ricorrono più spesso. Per apprezzarne l'efficacia
provate a sostituire l'immagine con una fotografia di bambini iracheni
martoriati, e il titolo con "Dovremmo fare la guerra a questi
bambini?". La propaganda allora diventa verità. L'eventuale attacco
all'Iraq sarà condotto, possiamo esserne certi, in tipico stile americano,
con abbondanza di bombe a grappolo e di uranio
impoverito, e le vittime saranno i giovani, i vecchi, i vulnerabili, come i
cinquemila civili che secondo calcoli attendibili sono stati uccisi dai
bombardamenti in Afghanistan. Quanto al perfido Saddam Hussein, ex amico di Bush senior e di Margaret Thatcher, la sua via di fuga è quasi sicuramente garantita.
Ipotesi
statistica. Lo spazio attualmente dedicato dai media all'Iraq, gestito spesso da
anonimi professionisti della manipolazione e pedine dei servizi di sicurezza
e di intelligence, quasi sempre omette una verità. E' la verità dell'embargo
imposto all'Iraq dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, giunto ormai al suo
tredicesimo anno. Centinaia di migliaia di persone, soprattutto bambini, sono
morte a causa di questo assedio. Il giornalismo più
tendenzioso che io riesca a ricordare ha cercato di minimizzare
la portata di questo crimine arrivando a definire la morte dei bambini
iracheni una semplice "ipotesi statistica". I fatti sono
documentati da una serie di studi internazionali, dalle Nazioni Unite
all'Università di Harvard. (per un compendio si
veda il saggio di Erik Herring dell'Università di Bristol. Potere, propaganda
e indifferenza: come spiegare la persistente imposizione di sanzioni
economiche contro l'Iraq malgrado i loro costi
umani, che può essere chiesto scrivendo direttamente a: eric.herring@bristol.ac.uk). Tra coloro che oggi discutono se il popolo iracheno vada colpito con
le bombe a grappolo e incenerito oppure no, raramente appaiono i nomi di
Denis Halliday e Hans von Sponeck, i due uomini che
hanno fatto di più per sfondare il muro della propaganda. Nessuno conosce i possibili costi umani meglio di
loro. Come vicesegretario delle Nazioni Unite, Halliday
ha dato inizio al programma "petrolio in cambio di cibo". Von Sponeck è stato il suo
successore. Figure eminenti nel campo dell'assistenza ad altri esseri umani,
hanno concluso la loro lunga carriera nelle Nazioni
Unite con le dimissioni definendo l'embargo un "genocidio". In un
intervento del novembre 2001, pubblicato dal Guardian,
hanno scritto: "Il rapporto del segretario generale dell'Onu nell'ottobre scorso ha chiarito che il blocco di aiuti umanitari per un valore di quattro miliardi di
dollari imposto dai governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna è di gran
lunga il maggiore freno all'attuazione del programma "petrolio in cambio
di cibo". Il rapporto sostiene che, al contrario, la distribuzione degli
aiuti da parte del governo iracheno è pienamente soddisfacente e la morte di
cinque o seimila bambini è imputabile soprattutto al
consumo di acqua inquinata, alla mancanza di farmaci e alla denutrizione. La
responsabilità è dei ritardi del governo americano e
britannico, non di Bagdad". Halliday e von Sponeck si dicono certi che
se Saddam Hussein trovasse vantaggioso negare deliberatamente al suo popolo
gli aiuti umanitari non esiterebbe a farlo, ma le Nazioni Unite, a partire
dallo stesso segretario generale, dichiarano che il regime potrebbe fare
senz'altro di più, però non ha intercettato gli aiuti. DI fatto secondo la Fao, l'Organizzazione dell'Onu
per l'alimentazione e l'agricoltura, senza il sistema di razionamento e di
distribuzione dell'Iraq ci sarebbe stata una vera e propria carestia. Halliday e von Sponeck sottolineano che Stati
Uniti e Gran Bretagna riescono a respingere le critiche alle sanzioni
sostenendo che in realtà la gente è "punita" dal regime. Ma se
questo è vero, dicono perchè l'America e la Gran
Bretagna la puniscono ancora di più bloccando
deliberatamente aiuti umanitari come vaccini, antidolorifici e attrezzature
per diagnosticare il cancro? Blocco degli
aiuti. Di questo deliberato blocco
degli aiuti sulla stampa europea si parla ben poco. La cifra ormai è di quasi
cinque miliardi di dollari in prodotti collegati agli aiuti umanitari. Ancora
una volta, il direttore esecutivo dell'Onu per il
programma "petrolio in cambio di cibo" ha rotto il silenzio
diplomatico per esprimere "grave preoccupazione per l'aumento senza
precedenti nel volume di ostacoli frapposti ai
contratti (dagli Stati Uniti)". Un diplomatico americano ha detto non
ufficialmente che il blocco "rientra nella guerra al terrorismo".
Ignorando o cancellando questi fatti, le loro cause e le loro conseguenze
umane, insieme alle vere dimensioni di quattro anni di bombardamenti condotti
dall'aviazione statunitense e britannica (secondo il Pentagono, nel 1999-2000
gli Stati Uniti hanno portato a termine 24mila "missioni di
combattimento" sull'Iraq), i giornalisti preparano il terreno per un
attacco totale. Il pretesto ufficiale - e cioè che
l'Iraq non avrebbe rispettato le richieste dell'Onu
sulla distruzione delle sue armi di sterminio di massa - non è stato neppure
messo un discussione. Viene sistematicamente e falsamente ripetuto che gli
ispettori dell'Onu sono stati "espulsi",
mentre invece furono ritirati perchè tra loro vennero individuate delle spie americane proprio quando
Stati Uniti e Gran Bretagna si preparavano ad attaccare l'Iraq. Inoltre
all'epoca, nel dicembre 1998, le Nazioni Unite riferirono che l'Iraq aveva
accolto il 90 per cento delle richieste degli ispettori. "In altri
termini", dice Eric Herring,
"l'Iraq ha fatto gran parte di ciò che gli era stato chiesto, seppure a
malincuore. Per dirla brutalmente, stiamo per fare una guerra basata sulle
menzogne, e alcuni di quelli che oggi sostengono la necessità della guerra sanno bene qual'è la
verità. Il vero obiettivo dell'attacco sarà sostituire Saddam Hussein con un altro
docile mascalzone". Sono falliti anche gli sforzi di alcuni
giornalisti statunitensi e britannici che si sono prestati a fare da canale
per l'intelligence americana nel tentativo di collegare l'Iraq al'11 settembre. La "pista irachena"
dell'antrace si è dimostrata un vero bidone: il colpevole è quasi certamente
americano. La voce secondo cui un ufficiale
dell'intelligence irachena aveva incontrato a Praga Mohammed Atta, il dirottatore dell'11 settembre, è stata
seccamente smentita dalla polizia ceca. Eppure le
"inchieste" della stampa che alludono,
indicano, erigono un uomo di paglia o due e poi si ritirano, dando comunque
al lettore l'impressione generale che l'Iraq abbia bisogno di una buona
lezione, sono diventate un fenomeno comune. Un reporter britannico ha persino
aggiunto la sua "opinione personale" che "l'uso della forza è
al tempo stesso giusto e ragionevole". Sarà presente quando le bombe
spargeranno i loro grappoli? Chi osa
prendere la parola contro la propaganda è accusato
di essere un apologeta del tiranno. Assistiamo così alla nascita di un samizdat elettronico, mentre un numero
sempre maggiore di persone cerca informazioni alternative. Raccomando un
nuovo sito web curato dallo scrittore britannico David Edwards,
la cui analisi fattuale e approfondita dei servizi
sull'Iraq, sull'Afghanistan e su altre questioni ha già suscitato quel genere
di difesa risentita ce dimostra quanto gran parte
del giornalismo, soprattutto quello che si definisce liberale, si sia ormai
disabituato alle contestazioni e alla responsabilità. L'indirizzo è www.MediaLens.org. E' ora di
mettere in prima pagina tre questioni urgenti. La prima è impedire a George W. Bush
e al suo alleato Blair di uccidere un gran numero
di persone in Iraq. La seconda è un embargo di armi
e tecnologia militare da applicare a tutta l'area del Golfo e del Medio
Oriente: un embargo che colpisca sia l'Iraq sia Israele. La terza è la fine
del "nostro" assedio contro un popolo tenuto cinicamente in
ostaggio a causa di avvenimenti su cui non ha nessun
potere di controllo. Fonte: Internazionale |