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Identificativo: LU20020819003AAA Data: 19/08/2002
Testata: IL SOLE 24 ORE Giorno: Lunedi'
Medio Oriente - A Washington
c'è chi pensa che la conquista di Baghdad dovrà servire anche a sviluppare la
produzione irachena
Il
petrolio di Saddam per bloccare Riad
L'obiettivo è ridurre la dipendenza
energetica dall'Arabia Saudita
Giorgio S. Frankel
Una crisi può sempre celarne un'altra. Forse più grave. La crisi oggi più visibile,
nel Medio Oriente, è l'Irak. Subito dopo l'11 settembre, esponenti dell'Amministrazione Bush proposero di attaccare, oltre all'Afghanistan, anche
l'Iraq, per <farla finita con Saddam Hussein>. Da allora non passa
settimana senza che da Washington giunga eco di un'imminente guerra all'Irak.
Ma può esplodere l'altra crisi, ancora misteriosa e
non dichiarata: quella con l'Arabia Saudita. C'è di mezzo anche l'11
settembre (per i sospetti di una connection saudita nell'attentato e comunque per i dollari sauditi alle organizzazioni
islamiche), ma sembra che tra Washington e Riad i
rapporti si siano incrinati molto prima dell'attacco alle Twin Towers. A Washington, infatti, non mancano quelli che
indicano proprio nell'Arabia Saudita <il nemico oggi più pericoloso degli
Stati Uniti>, tanto da suggerire di "tenere nel mirino" i suoi
pozzi. E così, secondo alcuni ambienti (tra cui la
destra ultra-conservatrice, alcuni esponenti dello staff del vice presidente Cheney e una parte dei dirigenti non militari del
Pentagono) la guerra all'Irak potrebbe avere una
nuova ragione: "Eliminato Saddam - questo è il
pensiero (espresso, per esempio, da Laurent Murawiek, della Rand Corporation, in un seminario tenuto a luglio al Defense Policy Board, comitato
consultivo onorifico del Pentagono presieduto da Richard
Perle) -, avremo a Baghdad un governo amico, svilupperemo le sue grandi
risorse petrolifere e ridurremo la nostra dipendenza dai sauditi".
Dunque, tutta la politica americana nel Medio Oriente, e in
particolare nel Golfo Persico, sembra sul punto di capovolgersi, anche se
ruota sempre attorno al petrolio. Per trent'anni
l'imperativo della presenza militare Usa nel Golfo era
difendere l'Arabia Saudita e il suo petrolio dall'Irak
e altre minacce. Gli Usa vi hanno costruito grandi
basi militari e pre-posizionato una gran mole di
materiale militare, in vista di un eventuale intervento, il tutto pagato con
decine di miliardi di petrodollari sauditi.
I rapporti tra Usa e Arabia Saudita, benché assai
complessi (e a volte difficili), si riassumono in questa equazione: petrolio
e petrodollari in cambio di protezione strategica. Dagli anni 70 in poi, Riad ha speso cifre astronomiche in importazioni di armi (soprattutto americane, ma anche, occasionalmente,
britanniche), senza diventare una potenza militare minimamente credibile. Non
erano spese stravaganti, come poteva sembrare, ma un modo di finanziare Paesi
amici.
Sembra che, ai tempi di Reagan, i sauditi abbiano
pagato operazioni Usa ultra-segrete, dalle quali la Casa Bianca voleva tener
fuori il Congresso. I costi sostenuti dagli Usa per
la guerra del '91 contro l'Irak sono poi stati
rimborsati dall'Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo sotto forma di
generose commesse militari.
Secondo un recente studio del Servizio ricerche del Congresso Usa, tra il 1994 e il 2001, l'Arabia Saudita ha ricevuto
forniture militari (quasi tutte americane) per 65 miliardi di dollari.
Contando anche gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, si arriva a un totale di 80 miliardi, in gran parte riferibili a
ordini fatti prima del '94. Nello stesso periodo, questi Paesi hanno passato
commesse per circa 30 miliardi di dollari. Tra il '98 e il 2001 gli ordini
dell'Arabia Saudita sono scesi a una
"miseria" (1,7 miliardi di dollari), ma nello stesso periodo gli
Emirati Arabi Uniti hanno fatto acquisti (presso vari Paesi, anche europei)
per 10,8 miliardi, salendo al primo posto nella graduatoria mondiale delle
importazioni di armamenti da parte dei Paesi in via di sviluppo.
In un modo o nell'altro, dagli anni 70 in poi, il problema del riciglaggio dei petrodollari è stato in
gran parte risolto, dagli occidentali, con massicce forniture di armi,
soprattutto ai Paesi del Golfo, in misura largamente superiore al fabbisogno.
La modalità saudita è sui generis, perchè l'import di armi era soprattutto un finanziamento
agli Usa.
In altri casi, il fattore in gioco era la volontà di potenza di questo o quel
capo di Stato. Saddam dilapidò tutti i suoi
introiti petroliferi nella guerra contro l'Iran (dal 1980 all'88)
e poi in un rapido riarmo prima dell'invasione del Kuwait nel 1990.
La Russia, un tempo suo principale fornitore, è rimasta con un credito di
circa 10 miliardi di dollari. Che, probabilmente, non
rivedrà mai più. Idem per i massicci prestiti (forse più di 30
miliardi di dollari) concessi all'Irak dall'Arabia
Saudita durante la guerra contro l'Iran.
Giorgio S. Frankel
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