Data: 28/01/2003 Testata: IL SOLE 24 ORE Giorno: Martedi'

IN PRIMO PIANO

Baghdad-Washington / I paradossi del business

Il petrolio iracheno inonda gli Usa

Complice la crisi venezuelana, l'export è ora salito a un milione di barili al giorno

di Alberto Negri

BAGHDAD * <Non sarebbe meglio se invece di una guerra per il petrolio Stati Uniti e Irak firmassero finalmente un accordo commerciale? Se venissero tolte le sanzioni porterebbero a casa tutto l'oro nero che vogliono>. Dennis Halliday insinua questa idea come fosse una battuta, ma nelle parole dell'ex capo del programma dell'Onu <petrolio contro cibo> non c'è soltanto un'intenzione ironica. Nelle ultime settimane proprio gli Stati Uniti sono diventati i maggiori acquirenti del greggio iracheno.
Le importazioni di Chevron, Exxon, della britannica British Petroleum e dell'anglo-olandese Royal Dutch Shell da novembre sono raddoppiate passando da mezzo milione a un milione di barili al giorno: il petrolio di Bassora e Kirkuk viene acquistato attraverso intermediari e finisce sul mercato americano ed europeo dopo essere passato dal terminale turco di Ceyhan e da quello sul Golfo di Mina al-Bakr.
Tutto avviene in modo assolutamente legale, secondo i canali approvati dalle risoluzioni delle Nazioni Unite che prevedono le vendite di petrolio iracheno e il controllo finanziario delle entrate in cambio di importazioni umanitarie, di beni di consumo e strumentali.
L'<asse del male> di Bush in Medio Oriente coincide, in modo esplicito, con quello del petrolio. In Irak si sta pompando oro nero ai massimi livelli consentiti da impianti decandenti dopo 12 anni di embargo e sanzioni: nella settimana tra l'11 e il 17 gennaio sono stati esportati, secondo i dati dell'Onu, più di due milioni di barili al giorno che hanno portato nelle esauste casse irachene, o meglio sul conto gestito dalle Nazioni Unite a New York, oltre 420 milioni di dollari. Il petrolio iracheno, quotato nell'ultima settimana intorno ai 27 dollari al barile, ha così coperto il drastico calo delle esportazioni del Venezuela negli Stati Uniti.
Una situazione quasi paradossale: l'instabilità della fragile repubblica del presidente Hugo Chavez è stata parzialmente riequilibrata, oltre che dall'aumento dell'Opec, il cartello dei produttori, dall'Irak di Saddam Hussein al quale la Casa Bianca ha promesso una pioggia di missili Cruise. Ma questa forse è soltanto una coincidenza, come fu quella che due anni fa portò Chavez a Baghdad in visita a Saddam Hussein: allora venne scattata una foto che li mostrava insieme, sorridenti. Chi di questi due padroni del petrolio ci sarà ancora tra qualche tempo? Certo questa è una coppia che non piace al maggiore consumatore del mondo (20milioni di barili al giorno), sempre più preoccupato di ricostituire le sue riserve strategiche.
Senza il petrolio degli arabi l'Irak, ovviamente, non varrebbe una guerra. Ma è stato proprio il petrolio a trascinare qui gli inglesi agli inizi del secolo scorso e poi ha costituito il motore della potenza irachena voluta da Saddam Hussein. L'industria petrolifera irachena nacque il 15 ottobre 1927 nel pozzo di Baba Gurgur che, alle tre del mattino, dopo una perforazione, cominciò a eruttare colonne di petrolio alte 50 metri: ci vollero giorni e migliaia di uomini per fermare la marea nera che minacciava la città.
Oggi le riserve petrolifere accertate sono di 112 miliardi di barili, ma si ritiene che ci sia la possibilità di estrarne altri 100 miliardi. Con una caratteristica fondamentale: i costi di produzione per un greggio di alta qualità sono tra i più bassi del mondo, da uno a 2 dollari al barile, contro i 6, per esempio, del petrolio russo o i 12 che servono nel Caspio. E poi esportare il petrolio iracheno è facile: con le navi dal Golfo e soprattutto attraverso gli oleodotti che si diramano da Kirkuk. Uno diretto verso la Turchia (Ceyhan) - il solo aperto in questo momento - un secondo va in Siria sul porto di Banias, mentre un terzo è chiuso da decenni, quello verso il terminale israeliano di Haifa, la storica <Tapline> costruita dagli inglesi.
Per tutte queste ragioni nessuno vuole rinunciare al petrolio dell'Irak. In primo luogo gli Stati Uniti che qui come in Iran non hanno mai ottenuto concessioni al contrario delle società russe, francesi, cinesi, italiane. Gli <uomini del crudo> continuano a volare da Amman a Baghdad per assicurarsi il presente e il futuro dello sfruttamento dei pozzi iracheni.
Fu Saddam Hussein ad annunciare nel '72 la nazionalizzazione dell'industria petrolifera. <Il petrolio - disse - è il dono di Allah agli arabi e nessuno può togliercelo>. É stato questo evento, accompagnato dalle altre nazionalizzazioni nel mondo arabo, a cambiare i rapporti tra consumatori e produttori. Nessun Paese arabo da allora ha rinunciato a controllare le quantità di petrolio estratto. Persino il Kuwait, liberato dagli americani dall'invasione di Saddam, ha rifiutato di concedere alle compagnie Usa la possibilità di sviluppare in proprio le concessioni petrolifere. Allo stesso modo si sono comportati i sauditi quando hanno respinto le pressioni per un ingresso diretto delle compagnie petrolifere straniere.
Questo è il vero <asse del petrolio>: nel Golfo, dall'Irak all'Arabia Saudita, dagli Emirati all'Iran, è custodito ancora il 60% delle riserve mondiali accertate di oro nero. E tutti qui, di fronte al orizzonte di guerra, ricordano la battuta dell'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger: <Il petrolio è una cosa troppo importante per lasciarla agli arabi>.
ALBERTO NEGRI



 






 

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 Identificativo: LU20020819003AAA Data: 19/08/2002 Testata: IL SOLE 24 ORE Giorno: Lunedi' 

 Medio Oriente - A Washington c'è chi pensa che la conquista di Baghdad dovrà servire anche a sviluppare la produzione irachena

 Il petrolio di Saddam per bloccare Riad

L'obiettivo è ridurre la dipendenza energetica dall'Arabia Saudita

 Giorgio S. Frankel

Una crisi può sempre celarne un'altra. Forse più grave. La crisi oggi più visibile, nel Medio Oriente, è l'Irak. Subito dopo l'11 settembre, esponenti dell'Amministrazione Bush proposero di attaccare, oltre all'Afghanistan, anche l'Iraq, per <farla finita con Saddam Hussein>. Da allora non passa settimana senza che da Washington giunga eco di un'imminente guerra all'Irak.
Ma può esplodere l'altra crisi, ancora misteriosa e non dichiarata: quella con l'Arabia Saudita. C'è di mezzo anche l'11 settembre (per i sospetti di una connection saudita nell'attentato e comunque per i dollari sauditi alle organizzazioni islamiche), ma sembra che tra Washington e Riad i rapporti si siano incrinati molto prima dell'attacco alle Twin Towers. A Washington, infatti, non mancano quelli che indicano proprio nell'Arabia Saudita <il nemico oggi più pericoloso degli Stati Uniti>, tanto da suggerire di "tenere nel mirino" i suoi pozzi. E così, secondo alcuni ambienti (tra cui la destra ultra-conservatrice, alcuni esponenti dello staff del vice presidente Cheney e una parte dei dirigenti non militari del Pentagono) la guerra all'Irak potrebbe avere una nuova ragione: "Eliminato Saddam - questo è il pensiero (espresso, per esempio, da Laurent Murawiek, della Rand Corporation, in un seminario tenuto a luglio al Defense Policy Board, comitato consultivo onorifico del Pentagono presieduto da Richard Perle) -, avremo a Baghdad un governo amico, svilupperemo le sue grandi risorse petrolifere e ridurremo la nostra dipendenza dai sauditi".
Dunque, tutta la politica americana nel Medio Oriente, e in particolare nel Golfo Persico, sembra sul punto di capovolgersi, anche se ruota sempre attorno al petrolio. Per trent'anni l'imperativo della presenza militare Usa nel Golfo era difendere l'Arabia Saudita e il suo petrolio dall'Irak e altre minacce. Gli Usa vi hanno costruito grandi basi militari e pre-posizionato una gran mole di materiale militare, in vista di un eventuale intervento, il tutto pagato con decine di miliardi di petrodollari sauditi.
I rapporti tra Usa e Arabia Saudita, benché assai complessi (e a volte difficili), si riassumono in questa equazione: petrolio e petrodollari in cambio di protezione strategica. Dagli anni 70 in poi, Riad ha speso cifre astronomiche in importazioni di armi (soprattutto americane, ma anche, occasionalmente, britanniche), senza diventare una potenza militare minimamente credibile. Non erano spese stravaganti, come poteva sembrare, ma un modo di finanziare Paesi amici.
Sembra che, ai tempi di Reagan, i sauditi abbiano pagato operazioni Usa ultra-segrete, dalle quali la Casa Bianca voleva tener fuori il Congresso. I costi sostenuti dagli Usa per la guerra del '91 contro l'Irak sono poi stati rimborsati dall'Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo sotto forma di generose commesse militari.
Secondo un recente studio del Servizio ricerche del Congresso Usa, tra il 1994 e il 2001, l'Arabia Saudita ha ricevuto forniture militari (quasi tutte americane) per 65 miliardi di dollari. Contando anche gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, si arriva a un totale di 80 miliardi, in gran parte riferibili a ordini fatti prima del '94. Nello stesso periodo, questi Paesi hanno passato commesse per circa 30 miliardi di dollari. Tra il '98 e il 2001 gli ordini dell'Arabia Saudita sono scesi a una "miseria" (1,7 miliardi di dollari), ma nello stesso periodo gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto acquisti (presso vari Paesi, anche europei) per 10,8 miliardi, salendo al primo posto nella graduatoria mondiale delle importazioni di armamenti da parte dei Paesi in via di sviluppo.
In un modo o nell'altro, dagli anni 70 in poi, il problema del riciglaggio dei petrodollari è stato in gran parte risolto, dagli occidentali, con massicce forniture di armi, soprattutto ai Paesi del Golfo, in misura largamente superiore al fabbisogno. La modalità saudita è sui generis, perchè l'import di armi era soprattutto un finanziamento agli Usa.
In altri casi, il fattore in gioco era la volontà di potenza di questo o quel capo di Stato. Saddam dilapidò tutti i suoi introiti petroliferi nella guerra contro l'Iran (dal 1980 all'88) e poi in un rapido riarmo prima dell'invasione del Kuwait nel 1990.
La Russia, un tempo suo principale fornitore, è rimasta con un credito di circa 10 miliardi di dollari. Che, probabilmente, non rivedrà mai più. Idem per i massicci prestiti (forse più di 30 miliardi di dollari) concessi all'Irak dall'Arabia Saudita durante la guerra contro l'Iran.

Giorgio S. Frankel