IL SOLE 24 ORE 1.12.2004

Oil for food, l'intrigo Houston-Livorno

Un'indagine del Sole-24 Ore e del Financial Times svela come il petroliere texano David Chalmers, proprietario della Bayoli, ha violato le risoluzioni Onu e la legge Usa ricorrendo a società facciata come la livornese Italtech.

 di Claudio Gatti e Mark Turner *

Vladimir Zhirinovsky e i «regali» di Saddam

Il 19 aprile 2001, Augusto Giangrandi, trafficante italo-cileno oggi nel mirino dell'Fbi e della Procura federale di New York, inviò una e-mail al suo partner a Livorno. Voleva continuare a "oliare" il meccanismo creato per garantire alla loro società il flusso di contratti di greggio iracheno. «Dobbiamo mandargli altri 30mila dollari», scrisse riferendosi a una società creata ad Amman da un iracheno ben ammanicato. L'e-mail si concludeva con una comunicazione di servizio: «Per tua informazione, il magro sta inviando... altri 520mila dollari per coprire le spese». Il magro era il soprannome del petroliere texano David Chalmers, fondatore e proprietario della Bayoil, società con base a Houston e sussidiarie in vari Paesi del mondo. L'8 aprile scorso, in un'inchiesta condotta in collaborazione con il «Financial Times», «Il Sole-24 Ore» ha rivelato che Chalmers aveva un rapporto di collaborazione commerciale con la Italtech, società registrata a Livorno di cui Giangrandi è azionista di maggioranza, e che Italtech aveva agito in aperta violazione del programma dell'Onu che regolava il commercio di petrolio iracheno. Da allora il Congresso americano, l'Onu e la Procura di New York hanno aperto inchieste separate su quella che è da molti chiamata "la grande abbuffata" del Oil for Food Program, programma che col tempo si è rivelato una straordinaria fonte di denaro illecito per il regime di Saddam ma anche per petrolieri, uomini d'affari e politici di decine di Paesi del mondo. Nel denunciare lo scandalo, stampa e Congresso Usa hanno finora puntato il dito contro la burocrazia Onu, Governi e politici stranieri. Ma uno dei protagonisti della vicenda risiede proprio a casa loro. In Texas. Traffico d'armi. «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» sono in grado di dimostrare che, usando la Italtech come società di facciata, David Chalmers ha ignorato sia le risoluzioni dell'Onu che la legge americana. E che dalla metà degli anni 80 in poi, Chalmers ha usato i proventi delle sue attività petrolifere per finanziare traffico di armi. A partire dal 1986, il texano ha aiutato il suo socio Giangrandi a finanziare la vendita di bombe a grappolo per 180 milioni di dollari al regime di Saddam Hussein. Negli anni 90 ha personalmente rilevato dal commerciante d'armi italo-cileno la società di minisottomarini di Livorno Cosmos. E nell'estate del 2000 ha fornito la garanzia bancaria che ha permesso a Giangrandi di firmare un ricco contratto per la costruzione di un enorme complesso produttivo per bombe ed esplosivi ad Abu Dhabi. Fino al 1999, la Italtech non aveva mai avuto a che fare con il petrolio. Era stata creata da Giangrandi e due soci di minoranza per produrre motori per sottomarini. Fu Chalmers che in quell'anno decise di trasformarla in uno dei 20 più attivi trader nel business del greggio iracheno. E fu lui a fornire le decine di milioni di dollari necessari all'Italtech per finanziare l'acquisto di petrolio per un totale di ben 846 milioni di dollari. Fu sempre Chalmers a fornire i soldi utilizzati da Italtech per pagare commissioni a chi aveva avuto assegnazioni di petrolio da Saddam in cambio di sostegno politico. E fu il petroliere texano infine a fornire i milioni di dollari pagati a una società di Dubai usata dal regime iracheno per ricevere tangenti. La Bayoil aveva un rapporto così stretto con le autorità petrolifere irachene da arrivare addirittura a inviare (attraverso Giangrandi) lettere al ministro del Petrolio di Bagdad in cui gli forniva consigli su come cercare di convincere l'Onu a ridurre il prezzo di vendita ufficiale del petrolio iracheno creando così margini maggiori per profitti, commissioni o mazzette segrete. Nelle fasi iniziali del programma Oil for Food, la Bayoil aveva avuto modo di acquistare petrolio direttamente dall'Irak per oltre 100 milioni di dollari. Ma sul finire degli anni 90 Saddam decise di non firmare più contratti con società americane o loro sussidiarie estere. Fu allora che Chalmers decise di aggirare il problema associandosi nuovamente al suo amico italo-cileno e di servirsi della Italtech per firmare i contratti della Somo destinati a Bayoil. Che Italtech servisse semplicemente da facciata con gli iracheni è dimostrato da una serie di messaggi di posta elettronica e di lettere autenticate dagli investigatori, da cui risulta inequivocabilmente che a dirigere il tutto fu sin dall'inizio l'ufficio della Bayoil di Houston Le e-mail. Il 7 ottobre 1999, un dirigente dell'Italtech inviò una e-mail all'assistente di Chalmers a Houston, Jean Johnston, chiedendole aiuto: «Cara Jean, in riferimento alla conversazione telefonica di ieri sera con David, ti prego di aiutarmi nelle seguenti cose: 1) lettera di presentazione della Italtech (con le autorità petrolifere irachene, ndr). Ho bisogno di inventarmi qualcosa nel campo del petrolio, campo in cui non siamo certo esperti. Sicuramente hai un canovaccio che riguarda la Bayoil utilizzabile per la Italtech». L'efficiente segretaria di Chalmers rispose il giorno dopo con una e-mail in cui fornì il testo di una lettera «da inviare come Italtech» al ministero del Petrolio di Baghdad. «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno diversi esempi di messaggi tra Houston e Livorno che dimostrano che molte lettere formalmente spedite dalla Italtech venivano invece redatte dalla Bayoil e inviate per e-mail dal Texas in Toscana. Il 14 dicembre 1999, un messaggio dalla Italtech a "David" cita inoltre le spese sostenute per cambiare lo statuto della società livornese in modo da poterla registrare con le Nazioni Unite come operatrice nel campo petrolifero. Nel messaggio si chiede "gentilmente" a Chalmers di «rimborsare tali spese poiché, in materia di liquidità, la nostra situazione è critica». Chalmers non solo aiutò l'Italtech ad aprire un conto con la United European Bank di Ginevra, ma fornì i fondi necessari per aprire le lettere di credito che finanziavano l'acquisizione del petrolio iracheno, pagando tutte le spese bancarie. Secondo il rapporto consegnato alcune settimane fa dall'ispettore americano Charles Duelfer, responsabile dell'Iraq Survey Group, Saddam era riuscito a manipolare il programma Oil for Food creando fondi neri fuori del controllo dell'Onu e offrendo a opinion leader di tutto il mondo coupon trasformabili in contratti petroliferi. I beneficiari di questi buoni erano poi liberi di venderli agli addetti ai lavori (per lo più società di trading di petrolio) intascando alcuni centesimi di dollaro a barile. In cambio Saddam si aspettava che lo aiutassero nella sua battaglia contro l'embargo e il regime di sanzioni imposto dopo la guerra del Golfo del '91. Tangenti. Uno dei beneficiari dei buoni fu Shakir al Khafaji, un iracheno emigrato in America che proprio nel periodo in cui ricevette un "coupon" per 5 milioni di barili di greggio diede 400mila dollari all'ex ispettore dell'Onu Scott Ritter permettendogli di produrre un documentario in cui sosteneva che Saddam era "una tigre di carta" e non c'era più motivo di continuare l'embargo. Al Khafaji vendette quel suo coupon proprio alla Italtech e da alcuni documenti della società livornese, di cui «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» sono entrati in possesso, risulta che il milione di dollari versato a "Shakir" arrivò dalla solita Bayoil. Verso la metà del 2000, Saddam decise di introdurre una tangente per il regime, che la Somo presentò ai suoi clienti con un eufemismo: «Ci dissero che ci sarebbe stata una sovratassa da pagare retroattivamente», ricorda un dirigente della Italtech. Era una chiara violazione delle regole imposte dall'Onu e alcuni si rifiutarono di assecondare gli iracheni. Molte grandi compagnie petrolifere decisero addirittura di sospendere gli acquisti di greggio iracheno. Ma per chi non si faceva troppi scrupoli, l'introduzione della "sovratassa" era una ghiotta occasione. Tra questi c'era Murtaza Lakhani, il broker petrolifero pakistano che presentò il suddetto al Khafaji a Giangrandi. In una lettera scritta il 28 novembre 2000 all'italo-cileno, Lakhani suggerì a Bayoil/Italtech di approfittare della situazione: «Se ci muoviamo bene e con tempismo... potremo fare grandi cose giovandoci del fatto che altri si tireranno indietro». Nel semestre immediatamente successivo a quella lettera, l'Italtech, società senza alcuna esperienza e know how nel settore, arrivò a caricare oltre 35 milioni di barili di greggio, un quantitativo enorme persino per una grande compagnia petrolifera. Le mazzette. Per il pagamento delle mazzette, il regime di Baghdad si serviva di una rete di società di base all'estero, a volte usate anche per acquistare prodotti sotto embargo. Armi incluse. Una di queste era la al Wasel and Babel, di base a Dubai. Citata nel rapporto di Charles Duelfer come una delle società di facciata usate dal regime per stornare fondi neri prodotti dalle vendite petrolifere, al Wasel and Babel è stata inserita dal dipartimento del Tesoro Usa nella lista delle società di cui congelare i fondi perché coinvolta in «tentativi di acquisto di un sofisticato sistema missilistico per l'Irak». In un incontro avvenuto a Baghdad nel marzo del 2001 al quartier generale della Somo, gli iracheni chiesero a Giangrandi di pagare la "sovratassa" alla al Wasel and Babel. Era una chiara violazione sia delle risoluzioni dell'Onu che della legge americana. Ma Giangrandi e Chalmers ne erano consapevoli? La risposta è offerta da un fax inviato il 23 marzo 2001 da Giangrandi al general manager di al Wasel: «Sbarcando a Houston (per incontrare Chalmers, ndr) sono stato interrogato dalle autorità Usa e ho avuto la netta impressione che la questione è molto seria e merita quindi cautela. Mi sono consultato con lo studio legale Hunton Williams e la loro risposta, qui inclusa, è molto chiara». I documenti. La nota degli avvocati di Giangrandi è effettivamente priva di ambiguità: «Qualora decidesse di procedere con questo pagamento - si legge - pensiamo che lei potrebbe essere accusato di una serie di reati federali, incluso, ma non solo, frode postale, riciclaggio di denaro e associazione a delinquere... è inoltre probabile che lei possa essere accusato, assieme a Bayoil, di falso in atto pubblico e di aver violato la legge contro la corruzione all'estero». Dalla lettera risulta che, consapevole dei rischi, Chalmers si era voluto assicurare di non poter esser collegato al pagamento di mazzette a Saddam. Aveva infatti formalmente "proibito" a Giangrandi di pagare tangenti chiedendogli «specificatamente di garantire che nessuna sovratassa o altro pagamento fosse fatto alla Somo». In apparenza era una lodevole intenzione, ma a detta di un ex dirigente della Italtech serviva esclusivamente da copertura legale. «Chalmers sapeva benissimo che in un modo o nell'altro quei soldi sarebbero comunque stati pagati», rivela il dirigente. E così fu: nell'aprile del 2001 Giangrandi ordinò il pagamento di oltre 6 milioni di dollari al Wasel Babel. E da due documenti contabili interni della Italtech risulta che la somma partì dalle casse della Bayoil. «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Time» hanno inoltre copia di un promemoria scritto il 6 aprile 2001 dall'ex dirigente della Italtech e intitolato «Azioni da fare per Italtech-Bayoil». Elenca una serie di iniziative: «Firmare i contratti tra Italtech e al Wasel; iniziare a trasferire i fondi da Ueb; verificare importi accantonati da Bayoil e chiedere integrazione». Attraverso il suo avvocato David Chalmers si è rifiutato di rispondere a tutte le domande postegli dal Sole-24 Ore e il Financial Times. «La vostra inchiesta ritrae Bayoil e il signor Chalmers sotto una luce imprecisa e non vera - ha scritto l'avvocato - Sulla base della natura delle vostre domande è chiaro che state facendo riferimento a entità e individui in nessun modo legati a Bayoil». Decine di documenti interni della Italtech fanno sembrare altrimenti. E la Procura di New York non ha affatto intenzione di ignorare quei documenti.
*Corrispondente alle Nazioni Unite del Financial Times

1 dicembre 2004