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Ex-marine ed ex agente dei servizi americani, Scott Ritter per
anni è stato una vera e propria spina nel fianco di Saddam Hussein. Poi,
con un clamoroso voltafaccia è diventato l'americano più apprezzato dal
regime baathista, e dal gennaio 2003 uno dei più appassionati critici
dell'invasione Usa. Fino all'estate del 1998, nella sua veste di capo degli
ispettori dell'Onu in Iraq per cercare le armi di distruzioni di massa, Ritter
era convinto che Saddam Hussein fosse una minaccia per l'intero Occidente e
che la sua ossessione per le armi chimico-biologico-nucleari non si sarebbe
mai esaurita.
Dal 1999, dopo essersi dimesso da quell'incarico, ha invece cominciato a
sostenere il contrario e in un documentario su questo argomento ha definito
l'Irak di Saddam “una tigre senza più artigli”. Ritter non ha mai nascosto
di aver prodotto quel documentario grazie a 400mila dollari donati da
Shakir al-Khafaji, un uomo d'affari americano di origine irachena vicino al
regime di Saddam. Ma ha sempre asserito che quella di Khafaji era stata
un'iniziativa privata, finanziata con fondi personali. In questi ultimi
anni, accusato di essere usato a fini propagandistici da Saddam, Ritter si
è vantato di aver sempre rifiutato qualsiasi forma di aiuto da Baghdad. Ma
un'inchiesta condotta dal “Sole-24 Ore” in collaborazione con il “Financial
Times” dimostra che negli stessi giorni in cui Khafaji ha messo i 400mila
dollari a disposizione di Ritter per il documentario, ha ottenuto
assegnazioni di petrolio da Baghdad che gli hanno reso un milione di
dollari in profitti. Quindi, mentre dava a Ritter con la sinistra, con la
destra riceveva da Baghdad. E, a detta di chi comprò le assegnazioni,
dichiarò di farlo a nome di Ritter. Il nome di Khafaji era apparso poco
meno di tre mesi fa, in una lista di beneficiari di assegnazioni per
centinaia di milioni di barili redatta dal ministero del Petrolio iracheno
dopo la caduta di Saddam. Questi individui, che il regime intendeva
premiare, avevano modo di vendere le loro assegnazioni a società o traders
per un profitto che oscillava tra i 5 e i 30 centesimi a barile. Senza
alcun costo o rischio per loro perché il sistema era disegnato in modo da
non far comparire il nome dei beneficiari delle assegnazioni nei contratti
ufficiali e da permettere a tutti di negare “di aver mai ricevuto soldi
dall'Irak”. Cosa puntualmente avvenuta. Anche Khafaji aveva finora negato
di aver ricevuto assegnazioni. Ma dall'inchiesta del “Sole-24 Ore” e del
“Financial Times” risulta che Khafaji ha ceduto assegnazioni per milioni di
barili di petrolio iracheno alla Italtech, società di Livorno fondata da
Augusto Giangrandi, un ex trafficante d'armi italo-cileno che negli anni
'80 era uno dei maggiori fornitori di armi a Saddam. L'Italtech ha
rivenduto quel petrolio alla Bayoil, società texana di David Chalmers Jr.,
partner di Giangrandi. La copia di un fax datato 4 novembre 2000, firmato
da Chalmers e indirizzato al "Signor Shakir" dice: “In seguito
alla mia conversazione con Augusto, può comunicare ai suoi soci in
Giordania che siamo interessati a comprare le loro assegnazioni nei
seguenti termini: 1 milione di barili di Kirkuk con destinazione Europa, 2
milioni di barili di Basrah light con destinazione Usa e 500 barili di
Basrah light. La commissione sul Kirkuk è 0,26 centesimi di dollaro a
barile, sul Basrah light 30 centesimi”. “Il Sole-24 Ore” e il “Financial
Times” hanno anche appurato che Khafaji si dimostrò aggressivo non solo
nella fase negoziale (Giangrandi lo ha definito “uno squalo”), ma anche in
quella successiva. Non avendo ricevuto la sua commissione nei tempi
previsti, si presentò negli uffici di Abu Dhabi di Grangrandi accompagnato
da due individui. “Fu una visita inaspettata...voleva la commissione...
Beh, diciamo che fu piuttosto insolito” si limita a dire Giangrandi. Un
dirigente dell'Italtech che chiede di rimanere anonimo è meno reticente:
“Shakir si presentò con due armadi come guardie del corpo. Augusto fu
terrorizzato e fece in modo che potesse andare a prendere i soldi a
Ginevra”. La copia di un documento contabile della Italtech oggi nelle mani
del liquidatore di un'altra società di Livorno di cui Giangrandi è
proprietario, la Cosmos, riporta in data 17 novembre 2000 un deposito di 1
milione di dollari proveniente dalla Bayoil e nello stesso giorno un
pagamento. A mano, uno dei proprietari della Italtech ha poi aggiunto il
nome del destinatario di quei soldi: “Shaker al-Khafagi”. Raggiunto
telefonicamente da “Sole-24 Ore” e “Financial Times”, Khafaji ha per la
prima volta ammesso di aver venduto assegnazioni di petrolio iracheno,
sostenendo di averlo fatto per conto dei suoi fratelli. Giangrandi ha però
un ricordo ben diverso e spiega che Khafaji gli disse di essere partner di
Ritter e di offrire le assegnazioni per conto dell'ispettore dell'Onu. Una
conferma di questa asserzione sembra venire dalla copia di un fax inviato
da Giangrandi al socio in Texas, David Chalmers, di cui Sole e Ft sono in
possesso. Dopo aver incluso i dati di Khafaji, Giangrandi aggiunge una nota
a mano: “Caro David, questo signore è il partner di S.R., con il quale sto
negoziando l'acquisto di 5 milioni di barili...”. Khafaji nega di aver mai
detto che Ritter fosse suo partner nelle assegnazioni, e sostiene di non
avere mai neppure informato l'ex ispettore Onu delle assegnazioni che
negoziò “per conto della famiglia” con la Italtech. Ritter nega di esser
stato socio di Khafaji in affari petroliferi, aggiungendo di aver accettato
i fondi “solo a condizione che non vi fosse alcun do ut des”. A gennaio,
quando divenne pubblico l'elenco del ministero del Petrolio iracheno,
Ritter dice di aver chiamato Khafaji per chiedergli come potesse essere
incluso in quella lista. “Mi rispose di non aver mai avuto un dollaro. Che
era una balla e che non sapeva come mai ci fosse il suo nome” ricorda. Ma
aggiunge: “Se scoprissi che aveva invece ricevuto assegnazioni nel 2000
sarei senza dubbio estremamente arrabbiato”. Ritter insiste ancora oggi a
dire che non avrebbe mai accettato soldi dal regime iracheno per produrre
il documentario, ma sebbene non vi sia alcuna prova che ne abbia ricevuti,
un fatto è certo: Khafaji ha avuto un milione di dollari dal regime proprio
nel periodo in cui ne dava 400mila a Ritter. E come ammette lo stesso ex
ispettore, senza quei soldi il documentario non si sarebbe mai fatto.
* Corrispondente alle Nazioni Unite del Financial Times
13 aprile 2004
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