La grande fabbrica della menzogna arruola
anche parte della sinistra
Dobbiamo a internet la riscoperta dell’articolo del New York Times del 4
settembre 1967, intitolato così: "Il voto in Vietnam rincuora gli Stati
Uniti". Il sommario che lo accompagnava era questo: "Affluenza alle
urne dell’83%, nonostante il terrorismo dei vietcong". L’autore si
chiamava Peter Grose e possiamo considerarlo l’antesignano del giornalismo di
punta contemporaneo, embedded, delle Lucia Annunziata e Monica Maggioni
che imperversano sui nostri schermi, raccontandoci la guerra dei vincitori.
Il voto dell’Iraq ha
rincuorato Bush, Blair, Berlusconi, e ha messo in ginocchio, letteralmente, la
sinistra italiana, la quale (salvo lodevoli e sparse eccezioni) ha creduto alla
stessa favola del New York Times di Peter Grose. Favola che il New York Times
ha ripetuto, pari pari, il 31 gennaio 2004, seguito a ruota da tutti i maggiori
giornali del mondo occidentale, e da tutti i maggiori giornali italiani.
I quali hanno creduto
alle cifre, fumosamente e contradditoriamente rese note dalla Commissione
Elettorale Indipendente irachena. Si noti l’aggettivo "indipendente",
excusatio non petita posta a suggello di elezioni che di indipendente
non hanno avuto nulla.
Fassino, dalla tribuna
del Congresso dei DS, tuona che otto milioni di iracheni sono andati a votare.
Il dato è, più che falso, inesistente. Chi glielo ha detto? Nessuno. O forse ha
fatto una media ponderata di quello che ha letto dai giornali della grande
stampa "indipendente dalla verità". E ha aggiunto che "sono loro
i veri resistenti". Come dire che il popolo iracheno è andato a votare in
massa e, quindi, è contro la resistenza armata all’occupazione americana. Cioè
il popolo iracheno sta con gli americani ed è contento della democrazia che
loro gli hanno portato.
Così agli esultanti
Bush, Blair, Berlusconi possiamo aggiungere l’esultante Piero Fassino.
Ora noi non sappiamo
se finirà come in Vietnam (temo che finirà peggio), ma possiamo avanzare
qualche preliminare osservazione. I dati sono tutti falsificati. Le elezioni
irachene sono state tutt’altra cosa rispetto a ciò che ci hanno fatto vedere.
Un buon terzo del paese sicuramente non ha votato. Lo si sapeva fin dall’inizio
e queste elezioni farsa sono state organizzate da Washington proprio per
isolare i sunniti, cioè per spaccare il paese.
La stessa Commissione
Elettorale (lasciamo perdere l’ "indipendente") ha comunque detto che
ha votato il 57% degli "elettori iscritti". Quanti erano gli elettori
iscritti? Il dato preciso non è mai stato fornito. Per la banale ragione che
non ne esisteva uno. Il punto di riferimento erano gli "elenchi
russi", cioè le tessere annonarie per il cibo che erano state distribuite
nel programma "Oil for Food" (petrolio per cibo) ai tempi di Saddam.
Ma quanti si sono iscritti al voto? Quelle tessere (e io le ho viste nei seggi
di Nassirya) erano spesso illeggibili. Altre invece apparivano nuovissime. Da
dove venivano? Insomma nulla ci è stato detto circa il tasso di iscrizione alle
liste elettorali, per cui quel dato, l’unico ufficiale, non ci dice
assolutamente nulla sul numero dei votanti.
Non si sono iscritti
perché avevano paura dei terroristi? Sicuramente in parte è stato così. Ma
questo conferma clamorosamente l’invalidità di queste elezioni. Di nuovo parla
il testimone. A Nassirya e Bassora, maggioranza sciita schiacciante, il voto è
avvenuto in un clima di stato d’assedio generalizzato. Il traffico
automobilistico è stato bloccato per tre giorni. Ogni seggio era presidiato da
decine di uomini armati – la nuova milizia irachena – con fucili e divise nuovi
di zecca, cecchini sui tetti, blocchi stradali a distanza, gimkane di cemento
armato etc. Le truppe straniere (a Nassirya italiani, portoghesi e rumeni, a
Bassora gli inglesi) erano state poste a difesa delle stazioni di polizia). Di
quale consenso si può parlare in queste condizioni?
Ma c’è un altro dato
assai significativo: nei seggi aperti all’estero, dove i problemi di sicurezza
non esistevano, solo il 25% degl’iracheni si sono iscritti alle liste. Eppure
non c’era nessun pericolo!
Certo che c’erano le
file ai seggi: al sud, nelle zone sciite, e al nord, nelle zone curde. Il resto
chi l’ha visto? Dobbiamo fidarci della Commissione Elettorale, composta da
persone selezionate da Allawi e dai consiglieri di Bremer? E nei seggi di
Nassirya la gente c’era solo la mattina. Nel pomeriggio tutti i seggi erano
deserti. E le urne trasparenti che ho visto (tredici seggi in tutto) erano
piene solo per metà sebbene le schede elettorali, con 111 partiti, fossero
grandi come sei fogli protocollo, e quasi sempre molto mal piegate. Noi abbiamo
visto in tv le file ai seggi delle zone sciite, ma nient’altro, salvo pochi
scorci – qualche secondo - dei seggi di Baghdad deserti. Ho chiesto più volte
alla gente nei seggi se trovassero difficile votare, con tanti partiti sulla
scheda, molti dei quali senza nemmeno un simbolo di riferimento. Tutti
rispondevano che "era molto facile". E io pensavo che una scheda come
quella avrebbe creato grossi problemi di comprensione perfino in Italia, dove
l’esperienza elettorale è ormai secolare.
Ma questi sono
dettagli tecnici secondari. Il più importante dei quali è che quegli iracheni
sono andati a votare senza sapere chi erano i candidati. I partiti ammessi al
voto erano stati resi noti in anticipo, ma le liste dei candidati erano rimaste
segrete per motivi di sicurezza!
Il tutto senza
osservatori internazionali (io ci sono arrivato privatamente, usando l’invito
rivoltomi dal ministero degli esteri britannico, insieme a Emma Nicholson,
anch’essa deputata europea. E abbiamo viaggiato a bordo di auto blindate,
ciascuno accompagnato da otto guardie del corpo private, armate fino ai denti).
Sulla pratica degli osservatori internazionali ci sarebbe da fare un intero
discorso. Ma in qualche caso essi sono stati utili per difendere gli elettori
dalla prepotenza dei poteri. In ogni caso la consuetudine internazionale
prevede che osservatori esterni imparziali possano all’occorrenza controllare
le cifre ufficiali e seguire il procedimento di voto. Ma l’Onu aveva deciso di
non mandare nessuno. La stessa cosa hanno fatto l’Osce e l’Unione Europea:
"per l’assenza delle condizioni minime di sicurezza" E’ fallito anche
il tentativo del governo canadese di costituire una missione speciale per il controllo
elettorale in Irak. La riunione, tenutasi il 19 e 20 dicembre scorsi, a Ottawa,
a porte chiuse, si era conclusa con un doppio fallimento: dei venti paesi
invitati solo sette, tra cui Gran Bretagna e Albania, avevano partecipato. E la
conclusione era stata sconsolante (per loro): impossibile mandare osservatori
all’interno. In alternativa fu deciso di aprire un ufficio ad Amman, Giordania,
in cui avrebbero lavorato "da sei a dodici analisti", per studiare i
dati provenienti dall’interno dell’Irak.
La comunità
internazionale, dunque, aveva proclamato, implicitamente, alla vigilia del
voto, la sua palese invalidità. A parte tutto il resto di questa invereconda
storia della propaganda moderna, adesso sapremo ancora meno: la raccolta delle
schede, la loro custodia, la conta dei voti assegnati a partiti fantasma,
misteriosi e ambigui, pompati (come il risorto partito comunista, che perfino
Berlusconi potrebbe affiliare a Forza Italia e che sarà certamente usato per
condizionare il potere dell’ayatollah Al Sistani), finanziati dall’esterno.
Ma tutto il movimento
contro la guerra non se n’è accorto e ha atteso passivamente che arrivasse la
tempesta propagandistica, il "trionfo della democrazia" americana, la
legittimazione postuma dell’aggressione.
Di fronte a questo tsunami
propagandistico – cosa che dovrebbe farci riflettere – perfino a sinistra,
e perfino nella sinistra più a sinistra, abbiamo assistito a balbettii di
scusa, a penose e fumose richieste di autocritiche. Siamo entrati (ci entrammo
con la guerra del Kosovo) nell’era dei "sentimenti obbligatori":
quando l’opinione di massa, già formata dai media, costringe tutti ad
assentire, pena la squalifica, il cartellino rosso, l’esclusione.
Noi non ci stiamo. La
guerra irachena rimane illegale come lo fu all’inizio e le menzogne che la
prepararono rimangono menzogne. Nella conta dei voti bisogna mettere anche i
centomila morti innocenti di questa guerra, che la Commissione Elettorale
"indipendente" (insieme ai suoi esegeti occidentali) intende
seppellire una seconda volta.
Infine un’ultima
notazione, a futura memoria. Sarà utile tenere conto che i padroni dei media si
accontentano di vincere ai punti, e a mani basse, vista l’inconsistenza nostra
su questo terreno decisivo. Ma sono pronti a organizzare la caccia alle streghe
e la caccia all’uomo, ove e quando dovessero temere una reazione popolare.
Quanti di noi se ne rendono conto?
Giulietto Chiesa