Ripristinato l'inganno dell'«oil for food»
il manifesto - 29 marzo
Approvata
all'Onu la risoluzione «petrolio in cambio di cibo».
Una maschera per il dominio Usa dell'Iraq
STEFANO CHIARINI
Le
Nazioni unite, invece di discutere della illegalità
dell'attacco all'Iraq e della necessità di fermarlo, su pressione della Gran
Bretagna e degli Usa desiderosi di mostrare il «volto umano» dell'impero, del
segretario generale Kofi Annan
e di molti altri membri del Consiglio di sicurezza, preoccupati della perdita
di qualsiasi ruolo dell'organismo internazionale hanno approvato all'unanimità,
nonostante le riserve di Russia e Siria, un'ambigua e politicamente pericolosa
mozione per il «rilancio della oil for food» (la
risoluzione «cibo in cambio di petrolio»).
In realtà
più che di un rilancio si tratta di un nuovo tentativo per dare all'opinione
pubblica l'illusione di un protagonismo umanitario che non esiste, per pagare
con i soldi stessi dell'Iraq gli aiuti alla sua stessa popolazione ormai
denutrita da 12 anni di embargo e ora affamata dal
crudele assedio angloamericano e per in qualche modo
cercare di ridimensionare le differenze sulla guerra, che vengono così messe
tra parentesi.
La mozione
delibera di utilizzare i 10 miliardi di dollari derivati dalle vendite del
petrolio iracheno versati su un conto pegnato a New
York e non utilizzati per il boicottaggio di Stati uniti e Gran Bretagna, per
inviare aiuti di emergenza all'Iraq, senza che i
responsabili del disastro sborsino un solo dollaro.
La convenzione di Ginevra stabilisce infatti che spetta alle potenze occupanti provvedere alla
sopravvivenza della popolazione nelle zone occupate. Un piano Marshall umanitario con cui fare bella
figura pagato con i soldi di Baghdad. La ripresa e la gestione del
programma «oil for food» ,
bloccato dal ritiro, non certo onorevole, da parte dell'Onu
di tutto il personale umanitario presente in Iraq (che in teoria dovrebbe
servire più in guerra che in pace) viene affidata interamente al segretario
generale delle Nazioni unite Kofi Annan
che però ha messo subito in guardia sui tempi lunghi dell'operazione. Una delle
differenze fondamentali tra la nuova risoluzione e la Oil
for food originaria sta nel fatto che il documento
approvato ieri sembra voler tagliare fuori completamente dalla gestione del
programma il governo iracheno che sino ad oggi lo aveva portato avanti nelle
zone da lui controllate sulla base di un protocollo firmato con le Nazioni
unite. E poi chi esporterà il petrolio dal terminale di Umm Qasr occupato dagli
anglo-americani o dai pozzi attorno a Kirkuk sui
quali puntano le milizie kurde dei marines? Gli uomini del generale Franks?
Per ottenere l'unanimità la nuova mozione dell'Onu fa
genericamente riferimento al fatto che Kofi Annan dovrà gestire il tutto «con le autorità competenti».
Le truppe di occupazione o il legittimo governo
iracheno? In realtà il tutto sembra prefigurare una sorta di mandato coloniale
internazionale sull'Iraq. In pratica si delinea un ritorno
alla situazione politico-istituzionale che c'era alla fine della seconda guerra
mondiale quando le grandi potenze coloniali discutevano tra loro confini e
forma istituzionale del futuro Iraq.
Mentre la
guerra infuria in tutto il sud e il centro Iraq, l'immondo macello anglo
americano si sta trasformando in una operazione
benefica. La «battaglia umanitaria» ha così avuto inizio anche in Iraq e alle
Nazioni unite.
Qui, una volta approvata la risoluzione, il
braccio di ferro di sposterà sui modi di attuazione
della risoluzione e sul riconoscimento o meno della sovranità irachena.
Per quanto
riguarda gli aiuti la «oil for
food» continuerà ad essere in realtà una «oil for nothing».
L'embargo e la «oil for food» costituiscono infatti una delle pagine più nere,
nella storia delle Nazioni unite. Dal 1991 il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha rinnovato l'embargo all'Iraq, già imposto subito
dopo l'invasione del Kuwait, nonostante l'emirato fosse stato ormai «liberato».
L'embargo è divenuto così, provocando oltre un milione e mezzo di vittime, un
vero strumento di guerra. L'embargo riguardava naturalmente sia le esportazioni
di petrolio iracheno sia ogni tipo di importazione,
cibo e medicinali ne sarebbero stati esclusi ma in realtà spesso venivano
bloccati anch'essi dal veto di Stati uniti e Gran Bretagna alla commissione
delle sanzioni del Consiglio di sicurezza.
Nel
1996, di fronte allo sdegno, anche se minimo dell'opinione pubblica, entrò in
funzione la risoluzione «oil for food»: l'Iraq può
vendere parte del suo petrolio ma ogni singolo contratto di vendita dell'oro
nero e soprattutto di importazione di qualsiasi merce
essenziale andava approvato dalla Commissione per le sanzioni.
I lavori della
Commissione sono segreti e né l'Iraq né la società che chiedeva di importare
una certa merce in Iraq potevano difendere le loro
ragioni. Si trattava di una sorta di parziale mandato coloniale sul petrolio e
quindi sull'economia irachena. I fondi derivati dalle entrate petrolifere vanno
a finire su un conto pegnato presso il banco di
Parigi a New York.
Ma i fondi dell'Oil for food non
andavano e non vanno certo, in gran parte, a comprare generi alimentari e «beni
essenziali». Un 30% era destinato a pagare di danni di guerra, stimati in oltre
360 miliari di dollari che l'Iraq dovrà pagare per i
prossimi cento anni.
L'entità e
la legittimità delle richieste per i danni di guerra veniva
decisa anch'essa da un'altra Commissione del consiglio di sicurezza, sotto
egemonia americana, di fronte alla quale l'Iraq non poteva neppure presentare
le proprie ragioni o sottolinearne la non fondatezza.
Un'altra parte andava e va a pagare le spese dell'Onu in
Iraq e un'altra l'affitto dell'oleodotto turco per portare l'oro nero.
Alla fine alla
popolazione non rimaneva che poco più del 50% del totale. Ma
solo teoricamente.
Con il veto alla
commissione delle sanzioni Stati uniti e Gran Bretagna hanno
infatti impedito l'importazione di gran parte dei pezzi di ricambio
destinati a rimettere in piedi l'economia del paese. Soprattutto per le
proteste internazionali e le dimissioni degli stessi responsabili delle
operazioni umanitarie in Iraq, Dennis Hallyday e Hans Von Sponeck (che hanno a più riprese
affermato di non voler «essere complici di un genocidio chiamato embargo sotto
la copertura dell'Oil for food») si sono
inventati, a partire dal 2000 le «sanzioni intelligenti».
Un modo per rendere
permanente l'embargo che, secondo la risoluzione 687 del 1991, doveva essere
rimosso una volta realizzato il disarmo non
convenzionale.
La
risoluzione sulle sanzioni intelligenti toglie ogni limite alle esportazioni di
petrolio iracheno, stabilisce una «procedura veloce» per esaminare i contratti di importazioni di alcune merci essenziali ma in realtà
lascia ogni potere decisionale su una immensa lista di prodotti, di pezzi di
ricambio e di merci alla Commissione per le sanzioni dove Stati uniti e Regno
unito continuano ad avere diritto di veto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal dicembre del 1996, l'Iraq ha
esportato oltre 64 miliardi di dollari di petrolio e ha ricevuto prodotti e
merci essenziali per solamente 27 miliardi di dollari. Il resto è andato a
pagare i danni di guerra o sta ancora nel conto pegnato
a New York pronto ad essere rapinato dalla banda di Bush
e Blair.