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Iraq, il disarmante dossier di Scott Ritter |
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Scott Ritter
è un ufficiale dei marines che, per sette anni, ha
partecipato alla missione di disarmo in Iraq come ispettore Onu. Fervente repubblicano, ha votato per Bush ma oggi pubblica un libro-intervista in cui smonta
la costruzione mitologica occidentale sulle armi di distruzione di massa in
possesso di Baghdad.
Passo dopo passo, annuncio dopo annuncio,
il mondo sta entrando nell'avventura della guerra all'Iraq che il presidente
statunitense George W. Bush e l'alleato-maggiordomo Tony Blair
vogliono ad ogni costo. Stavolta non ci sarà nemmeno
la bugia della «guerra umanitaria»,
sarà una guerra-guerra, tout court, anzi sarà preventiva. Anche se non mancheranno le
motivazioni che ci spiegheranno - già hanno cominciato a farlo - che l'azione
armata alla fine è servita proprio per «prevenire» un
disastro all'umanità di fronte ad armi di distruzione di massa.
Diranno tante cose. Ma il punto è che ogni guerra
per essere tale ha bisogno, da parte del potere, di trovare una sua
giustificazione, per essere narrata e trovare la sua legittimazione. Insomma, stavolta quale sarà la «Rambouillet» irachena, il casus belli utile a scatenare l'inferno? Non l'hanno ancora trovata, ma in
queste ore si sta delineando. Ci dice infatti il Dipartimento di Stato Usa che Stati uniti e
Gran Bretagna hanno definito la risoluzione dell'Onu
da imporre all'Iraq, tale che dovrebbe convincere i recalcitranti che non
vogliono questa guerra - i più - e tale da zittire la disponibilità del
regime di Saddam Hussein
che ha risposto, di fronte ai tanti dossier e rivelazioni, che era disposta,
senza condizioni, al ritorno degli ispettori dell'Onu
su tutto il territorio del paese. In buona sostanza si prepara una Risoluzione
«forte» al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite come voleva Bush, scritta da Blair, che impone a Baghdad la presenza degli ispettori
non nei soli siti sospettati di ospitare armi di distruzione di massa, ma ovunque, soprattutto nelle sedi politiche del
regime, il parlamento e i ministeri, il palazzo presidenziale compreso.
Aggiungeranno magari che, stavolta, gli ispettori, dovranno essere «protetti» da
una missione internazionale armata. Condizioni, come si vede, fatte apposta
per portare al fallimento della mediazione del segretario dell'Onu, Kofi Annan,
che ha accettato la disponibilità di Baghdad - che chiede la presa in
considerazione del problema della fine delle devastanti sanzioni che durano
da dieci anni - e che ha attivato da subito gli ispettori guidati dal capo
missione Hans Blix che si
dichiara pronto a partire. Questi i fatti, fin qui. Tenendo presente che l'intera
costruzione si regge sulle dichiarazioni di Bush e Blair che chiedono l'autorizzazione a fare la guerra per
«disarmare» l'Iraq che possiederebbe «armi bateriologiche
e chimiche, armi di distruzione di massa pronte ad essere usate in 45 minuti
contro Israele e Cipro» e «l'arma atomica tra pochi mesi». E si
aggiunge in queste ore, richiamando la memoria ancora ferita dell'11 settembre,
che «Saddam ha dato le armi chimiche ad Al Qaeda», smentendo le
smentite su questo fatte solo poche ore prima. Baghdad corre a rispondere
aprendo alla stampa internazionale i «siti»
considerati letali e chiedendo l'arrivo degli ispettori al più presto, ma non
basta e non servirà a nulla. Blair ha
presentato un «dossier». Non convince
nessuno, ma per la guerra può bastare, e per l'immaginario
televisivo basta e avanza per dire che ci sono le prove. Ci vorrebbe a questo punto qualcuno,
davvero autorevole, capace di smontare la costruzione mitologica occidentale
sulle «armi di distruzione di massa» in
possesso di Baghdad. Questo qualcuno c'è. Si chiama Scott Ritter, ufficiale
statunitense eroe dei marines, che ha partecipato
per sette anni alla missione di disarmo in qualità di
ispettore Onu e perdipiù
è un fervente repubblicano che ha votato per Bush
alle ultime presidenziali.. Scott Ritter ha pubblicato in questi giorni un libro-intervista
Guerra
all'Iraq straordinario quanto decisivo, uscito in contemporanea in
Italia, dov'è stato pubblicato da Fazi Editore (10
Euro, pp. 115) e negli Stati uniti, curato dal noto
commentatore e saggista americano William Rivers Pitt. Un libro che, da questo punto di
vista, davvero è il «controdossier» che andrebbe
letto nei parlamenti occidentali. Che cosa
dice di talmente eccezionale l'ex funzionario-ispettore Onu
dal 1991 al 1997 Semplicemente questo: «Se io dovessi
quantificare la minaccia rappresentata dall'Iraq in termini di armi di
distruzione di massa, essa equivale a zero». E la sostanza di questa affermazione
non l'ha solo scritta nelle risposte di questo libro, o in decine di
interviste e articoli che ha pubblicato in questo ultimo periodo. No, ha
fatto di più. In aperto conflitto con il «suo»
governo, è andato a Baghdad in queste settimane per accompagnare i
giornalisti della stampa internazionale a visitare i presunti «siti di armi di distruzione di massa», che
altro non sono che fabbriche civili o macerie, residuo del buon lavoro di
controllo e distruzione fatto proprio dagli ispettori Onu.
Una denuncia così fastidiosa da meritare la risposta stizzita perfino del
segretario di stato Usa Colin Powell. Un libro bomba, è il caso di dire. Fin
dall'esergo iniziale che cita Karl Kraus: «Come si governa il mondo per
condurlo alla guerra? I diplomatici dicono bugie ai giornalisti e poi, una
volta che le vedono pubblicate, ci credono». E
l'America, scrive nell'introduzione William Rivers Pitt, dopo l'11 settembre appare propensa a credere e ad
apprezzare ogni contrapposizione tra bene e male, tuttaltro
che tranquilla all'idea che qualcuno abbia armi di distruzione di massa e che
queste possano arrivare ai terroristi di Al Qaeda di bin Laden. Inoltre Saddam Hussein è stato così demonizzato, ancora di più dopo la
prima guerra del Golfo, con il paragone tra lui e Hitler,
che si ritiene ci siano motivi più che sufficienti
per una sua deposizione. Tuttavia ancora non è chiaro
perché sia necessaria questa guerra. E non è chiaro chi sia Saddam Hussein,
mentre tutti o quasi sanno ormai che Osama bin Laden era nel libro paga
della Cia quando organizzava la resistenza islamica
all'occupazione militare sovietica dell'Afghanistan e che i talebani erano alleati, anche d'affari, del Pakistan,
dell'Arabia saudita e degli Stati uniti fino a un mese prima dell'11
settembre e con loro trattavano il nuovo oleodotto del consorzio angloamericano Unocal, ora
realizzato a «fine» guerra da Hamid Karzai, neopresidente afghano, ex consulente dell'Unocal e assai probabilmente agente
della Cia. Il fatto è, spiega bene il libro, che
anche Saddam Hussein è
una creatura americana: «E' un mostro, sì, ma il `nostro' mostro, è una creazione americana come la Coca
Cola e l'Oldsmobil». E'
stato il governo americano del presidente Ronald Reagan ad appoggiare e ad armare il suo regime,
ferocemente impegnato contro il fondamentalismo
islamico interno e iraniano, fin dall'inizio degli anni Ottanta - nell'82
l'Iraq venne cancellato dalla lista dei paesi
terroristi - per contrastare l'influenza sovietica nella regione, e ad
armarlo ancora di più durante la guerra con l'Iran, guerra in cui ha usato
sul campo di battaglia armi chimiche fornite proprio dallo stato maggiore
americano, guerra sostenuta attivamente dall'intelligence Usa che pianificò
battaglie, attacchi aerei e danni dei bombardamenti. Una guerra costata due
milioni di morti. Come dettagliatamente resocontato
nell'agosto del 2002 dal New York Times che ha pubblicato dettagliate e controfirmate
dichiarazioni di alti ufficiali Usa coinvolti nella politica di aiuti
militari all'Iraq durante l'Amministrazione Usa: l'America sapeva che Saddam Hussein usava armi
chimiche contro l'Iran, ma continuava a fornirgli armi e assistenza.
L'America chiudeva tutti e due gli occhi sugli
effetti devastanti di quel riarmo, chimico, batteriologico, nucleare visto
che l'avvio di nucleare iracheno era stato bombardato nel 1981 dall'altro «mostro»
americano nell'area, vale a dire Israele con il suo potenziale bellico e
atomico (200 testate, ma clandestine). Una conoscenza delle armi di Saddam Hussein che sarebbe
tornata utile nei bombardamenti chirurgici della prima guerra del Golfo: uno
scherzo per i bombardieri di precisione americani, visto che i siti erano nei
cassetti dello stato maggiore Usa che li aveva costruiti. Non uno
scherzo per i 100.000 militari occidentali contaminati dalla Sindrome del
Golfo, quella che ora tutti dimenticano. E inolte, vorremmo ricordare noi, quale America gridava
allo sterminio quando, nel 1984, Saddam Hussein massacrava i comunisti iracheni? E poi «sempre
gli Stati uniti non hanno deposto il regime di Baghdad durante la guerra del
Golfo, e di fatto hanno ostacolato i tentativi di
rovesciare Saddam Hussein
compiuti dai ribelli iracheni sollecitati all'azione dalla nostra retorica» e,
aggiungiamo, dalle promesse della Cia. Il libro-intervista racconta decine e
decine di ispezioni, di indagini campione di sarin, di scoperte poi dimostratesi di scarso rilievo,
delle menzogne degli iracheni smascherate, del lavoro delle ispezioni a
sorpresa della biologa Diane Seaman e l'affare del
codice segreto che parlava di «Attività biologiche speciali»,
documento che poi si rivelò come il testo dei servizi segreti iracheni per la
sicurezza personale del dittatore iracheno, e il mondo fu perfino sull'orlo
di una nuova guerra che poi fu evitata e su cui,
mentendo, soffiava - denuncia Scott Ritter - l'ex capo ispettore Richard
Butler pur informato sulla realtà e inconsistenza
dell'affare; e ancora di tensioni per le ispezioni nelle sedi istituzionali,
di approfondimenti in laboratorio, dell'impianto di fermentazione chimica di
Al Hakum fatto esplodere dagli ispettori, del
monitoraggio capillare dal 1994 al 1998 della totalità degli impianti chimici
iracheni. Ispezione dopo ispezione per arrivare alla conclusione che i
bombardamenti e il lavoro di distruzione ha praticamente
portato a zero il grado di pericolosità dell'Iraq quanto ad armi di
distruzione di massa. «Ritengo
a questo punto fondamentale un problema di cifre - risponde Scott Ritter nel libro -.
L'Iraq ha distrutto il 90-95% delle sue armi di distruzione di massa. Dobbiamo ricordare che il restante 5-10% non costituisce
necessariamente una minaccia né un programma di armamento,
se non siamo in grado di dire quella percentuale minima che fine ha fatto,
non significa che l'Iraq ne sia ancora in possesso»,
dopo il massiccio embargo e il passaggio degli ispettori. E i legami con Al
Qaeda? E la bomba atomica
di Saddam pronta tra pochi mesi? Scott Ritter non ha dubbi e definisce la «connessione» con Al Qaeda «una faccenda
palesemente assurda». «Saddam Hussein - ricorda - è un dittatore
laico, ha passato gli ultimi trenta anni a dichiarare guerra al fondamentalismo islamico, facendolo a pezzi. A parte la
guerra all'Iran degli ayatollah, in Iraq sono in
vigore leggi che sentenziano la pena di morte per il proselitismo in nome del
wahabismo, la religione di Osama
bin Laden. Osama odia in modo particolare Saddam,
lo chiama l'apostata, un'accusa che implica la pena di morte». L'unica arma, se così si può dire, che
lega Osama bin Laden e l'Iraq è il fatto che il
leader di Al Qaeda così come reclama la libertà in
Palestina condanna il mondo occidentale per le sanzioni all'Iraq. Perché? «Perché le
sanzioni americane - risponde Scott Ritter - non colpiscono certo Saddam,
colpiscono il popolo iracheno», al quale bin Laden si richiama
profeticamente usando le sanzioni come grido di guerra. Quanto al nucleare, il libro-intervista
rivela che il fondamento di questa accusa risiede in
alcuni fuoriusciti e disertori, Khidre Hamza, funzionario di medio livello del programma
nucleare iracheno, oggi immeritatamente protagonista di molti programmi-scoop
della tv americana, e soprattutto aiutante di Hussein
Kamal genero di Saddam e
responsabile della commissione militare industriale irachena. E' stato Hamza a
raccontare e a costruire con la Cia i dati sul
presunto programma nucleare iracheno attuale, ma lo stesso genero di Saddam, Hussein Kamal, quando disertò nel 1995, si rifiutò
di sottoscrivere e prendere per buoni quei dati definendoli «un
falso grossolano». Resta un solo interrogativo vero, che
William Rivers Pitt
prende alla fine di petto con questa domanda: «Lei è
un veterano dei marine, un ufficiale e un funzionario di intelligence.
Ha passato sette anni in Iraq a rintracciare queste armi per garantire la salvezza e la sicurezza non solo di questo paese, ma
anche del Medio Oriente e del mondo. Eppure alcuni
suoi concittadini la chiamano traditore perché parla così apertamente di tali
argomenti. Come risponde?». «La gente può dire quello
che vuole - risponde secco ma sereno Scott Ritter - ma chi parla in questo modo non fa che
dimostrare la propria ignoranza. Esiste una cosuccia che si chiama
Costituzione degli Stati uniti d'America. Quando ho indossato l'uniforme dei marines e mi fu affidato
l'incarico di ufficiale ho giurato di essere fedele e di difendere la
Costituzione contro tutti i nemici, esterni e interni. Questo significa che
sono disposto a morire per quel pezzo di carta e per quello che rappresenta.
Quel documento parla di noi come popolo, e di un governo del popolo, fatto
dal popolo, per il popolo, Parla di libertà di parola e di libertà civili
individuali....Il massimo servizio che posso rendere
al mio paese - conclude Scott Ritter
- è di facilitare la discussione e il dialogo sul comportamento da tenere
verso l'Iraq... Se
quelli che esercitano pressioni a favore della guerra non sono in grado di
provare le proprie ragioni, l'opinione pubblica americana dovrà esserne
consapevole». «Voglio che l'America non commetta l'errore di
questa guerra», ha ripetuto sui giornali americani in questi
giorni. Forse, alla maniera di Scott Ritter, vale la pena sentirsi un po' «tutti
americani». Fonte: ilmanifesto.it |