Scott Ritter, per 7 anni spettore ONU: "Non ci sono prove che giustificano la guerra".

"In tutte le dichiarazioni pubbliche rilasciate da Washington e da Londra non si fa cenno alla testimonianza di Scott Ritter. Per sette anni alto ispettore delle Nazioni Unite per il controllo degli armamenti in Iraq, Ritter è nelle condizioni ideali per valutare fino a che punto il regime iracheno rappresenti un pericolo. Non solo: è un'autorità negli Stati Uniti e nel resto del mondo in materia di disarmo e ha guidato personalmente le ispezioni, le indagini e la distruzione dei programmi di armi chimiche e biologiche dell'Iraq.
Il 23 Luglio ha detto: "Non ci sono prove che giustifichino la guerra. Non lo dico come pacifista o come qualcuno che abbia paura della guerra. Sono stato nei marines. Sono inoltre iscritto al Partito Repubblicano e ho votato per George W. Bush. Ma, soprattutto, credo nella verità. Gli ispettori dell'Onu hanno avuto un enorme successo in Iraq. Alla fine del nostro lavoro abbiamo accertato un livello di disarmo del 90-95%. E non perché prendessimo per oro ciò che dicevano gli iracheni. Siamo andati in Europa e abbiamo passato al setaccio i paesi che avevano venduto tecnologia all'Iraq finché non abbiamo trovato l'azienda che aveva una fattura firmata da un funzionario iracheno. Abbiamo verificato ogni componente con un numero di serie. Ecco perché posso dire che l'Iraq era disarmato al 90-95%. Abbiamo avuto la conferma che 96 dei 98 missili dell'Iraq erano stati distrutti. Quanto alle armi chimiche, anche se l'Iraq fosse riuscito a nascondere scorte di Sarin e di altri gas nervini, queste sostanze chimiche si conservano per 5 anni, dopo si deteriorano e diventano robaccia inutile".
Ritter non nega che l'Iraq potrebbe aver ricominciato a sviluppare i suoi programmi di riarmo. "Ma dovrebbero ricominciare da zero perché non hanno più le fabbriche, dato che le abbiamo distrutte (compresi gli impianti di ricerca e sviluppo). Se ci provassero sarebbero immediatamente individuabili. La tecnologia è disponibile: se l'Iraq stesse producendo armi chimiche in una scala significativa, avremmo prove conclusive per dimostrarlo in modo chiaro e semplice. Invece non ce n'è nessuna".
Blair deve essere consapevole di questo, come del fatto che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Iaea) ha riferito di aver azzerato il programma di armi nucleari dell'Iraq "in modo efficiente e efficace". Quando Blair e Bush "chiedono" il ritorno in Iraq degli ispettori dell'Onu, dimenticano inoltre di dire che gli ispettori non sono mai stati cacciati dall'Iraq, ma sono stati richiamati dall'Onu dopo la scoperta che venivano usati come copertura per operazioni di spionaggio americane.
(…) Il segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, afferma che la mancanza di prove conferma semplicemente che il turpe Saddam ha intelligentemente nascosto il suo arsenalein grotte e sui pianali dei camion. "L'assenza di prove", dice Rumsfeld, "non è prova di assenza".
(…) una seconda più grande menzogna è la "minaccia per la regione" da parte dell'Iraq. Blair e Bush lo ribadiscono di continuo, come se ripetessero i timori del leader regionali. A Marzo il summit di Beirut della Lega Araba ha inviato un chiaro messaggio: tutti e ventidue governi della regione vogliono vedere la fine del conflitto con l'Iraq. Da allora Arabia Saudita e Iraq hanno riaperto la frontiera comune. Baghdad ha accettato di restituire al Kuwait gli archivi nazionali e di discutere la questione dei dispersi. Siria e Libano hanno ristabilito piene relazioni con l'Iraq. La compagnia di bandiera giordana effettua 5 voli settimanali tra Amman e Baghdad.
(…) Perché c'è urgenza per un simile attacco? E' vero che l'amministrazione Bush ha bisogno che qualcosa vada per il verso giusto nella sua furia contro il "terrore". Ma c'è un altro motivo di cui raramente si parla: lo stato spaventoso della prima fonte mondiale di petrolio, il vicino dell'Iraq, l'Arabia Saudita. (…) L'Arabia Saudita è patria di Al Quaeda, della maggior parte dei dirottatori dell'11 Settembre e di Osama bin Laden. La sua importanza per gli Stati Uniti è dimostrata dagli stretti legami di molti esponenti dell'amministrazione Bush con le grandi compagni petrolifere e gli sceicchi arabi. George Bush padre, consulente per il gigante petrolifero Carlyle Group, si è incontrato in più occasioni con la famiglia bin Laden. Non sorprende che sull'Arabia Saudita non sia caduta nessuna bomba americana; l'opzione facile preferita da Washington è stato il derelitto Afghanistan. Intanto però all'interno di questo regno profondamente fondamentalista crescono la reazione e l'opposizione ai legami sauditi con gli americani. Si dice che Al Quaeda goda di un sostegno pericoloso tra la maggioranza delle famiglie al potere. Gli americani sollecitano disperatamente il principe Abhullah, che guida l'Arabia Saudita, a "modernizzare" il paese: al momento le donne non possono guidare e si può essere condannati a morte per apostasia. Ma le pressioni americane stanno avendo l'effetto opposto: il sostegno popolare ad Al Quaeda resta invariato.
George W: Bush e il suo regime fondamentalista hanno di fronte a sé un dilemma. Un attacco contro l'Iraq e un conflitto in Medio Oriente fornirebbero una tempestiva spinta al complesso militare-industriale americano, per il quale il Senato ha approvato un aumento storico della spesa per oltre 37 miliardi di dollari. Distoglierebbe inoltre l'attenzione da un'economia malata e dagli scandali per corruzione aziendale in cui Bush ed il suo vice sono immersi fino al collo.
Ma un attacco contro il vicino Iraq potrebbe anche dare ad Al Quaeda l'occasione che aspettava e permetterle di impadronirsi dell'Arabia Saudita attraverso dei mandatari e controllare i più importanti giacimenti petroliferi del mondo.
Il dilemma di Bush non comprende la preoccupazione per le migliaia di iracheni che moriranno sotto le bombe a grappolo e gli esplosivi all'uranio impoverito
".


Tratto da "Iraq: segreti e bugie" di John Pilger
Internazionale n.454, 13/19 Settembre 2002