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La rivista del manifesto
Numero 11 del novembre 2000
Le “le sanzioni
umanitarie” all'Iraq
LA LENTA AGONIA DI UN POPOLO
Tariq Ali
Lo scorso 23
maggio Geoff Hoon, ministro della Difesa britannico, interrogato alla
Camera dei Comuni sugli attacchi anglo-americani all'Iraq, ha risposto:
"Tra il primo agosto 1992 e il 16 dicembre 1998, gli aerei britannici
hanno sganciato 2,5 tonnellate di bombe e missili sulla zona no-fly
meridionale a una media di 0,025 tonnellate al
mese. Sull'attività dell'intera coalizione in quel
periodo non possediamo informazioni dettagliate per valutare quale
percentuale rappresentino queste cifre rispetto al totale. Tra il 20
dicembre 1998 e il 17 maggio 2000, gli aerei britannici hanno sganciato 78
tonnellate di bombe e missili sulle zone no-fly meridionali dell'Iraq, a una media di 5 tonnellate al mese. Questa cifra
rappresenta approssimativamente il 20% sul totale della coalizione
relativo a quel periodo"1. In altre parole, negli ultimi diciotto
mesi, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno sganciato circa 400 tonnellate di
bombe e missili sull'Iraq. Blair ha lanciato sul paese un volume di esplosivi mortali venti volte superiore a quello di
Major. Come si spiega questa escalation? Le sue
origini immediate non sono un mistero. Il 16 dicembre 1998, Clinton, alla
vigilia di un voto alla Camera dei Rappresentanti che lo avrebbe
accusato di falsa testimonianza e intralcio alla giustizia, ha dato via
libera a un attacco aereo ininterrotto sull'Iraq. Una
campagna di bombardamenti destinata apparentemente a punire il regime di
Baghdad per il suo rifiuto di collaborare con gli ispettori Onu;
mirata, in realtà, ad allontanare i rischi di un possibile impeachment.
L'operazione 'Volpe del deserto', nome appropriatamente ripreso da quello
di un generale nazista, proseguì per settanta ore ininterrotte, facendo
saltare in aria un centinaio di obiettivi.
Poi, invece
di spegnersi, la tempesta di fuoco è continuata. Nell'agosto 1999 il
"New York Times" riportava: "Gli aerei da guerra americani
stanno attaccando sistematicamente l'Iraq, con un dibattito pubblico
ridotto al minimo. Negli ultimi otto mesi, i piloti americani e britannici
hanno sganciato oltre 1.100 missili contro 359 obiettivi iracheni; è il
triplo degli obiettivi attaccati nei quattro giorni furiosi di offensiva dello scorso dicembre... In altri termini,
i piloti anglo-americani hanno effettuato sull'Iraq un numero di incursioni
aeree pari ai due terzi di quelle compiute dai piloti Nato in 78 giorni di
guerra ininterrotta sulla Jugoslavia"2. A
ottobre gli ufficiali americani comunicavano al "Wall Street
Journal" che gli obiettivi si sarebbero presto esauriti: "Stiamo
attaccando fino all'ultima latrina". Alla fine dell'anno, le forze
armate anglo-americane hanno effettuato più di
6000 incursioni aeree e sganciato oltre 1800 bombe sull'Iraq; all'inizio
del 2001, il bombardamento sull'Iraq sarà durato più a lungo dell'invasione
americana del Vietnam.
E dieci anni di attacchi aerei sono solo una minima parte della
tortura che l'Iraq è costretto a subire; i blocchi di mare e di terra hanno
inflitto tormenti ancora più grandi. Le sanzioni economiche hanno
trascinato in uno stato di estrema miseria un
popolo che vantava livelli di nutrizione, istruzione e servizi pubblici ben
al di sopra degli standard della regione. Prima del 1990 il Pnl pro capite
era di oltre 3000 dollari; oggi non raggiunge i 500 dollari, e fa dell'Iraq
una delle società più povere al mondo3. Un paese che vantava alti livelli di istruzione primaria e un avanzato sistema sanitario è
stato devastato dall'Occidente: la struttura sociale cade a pezzi, la
popolazione non ha più accesso ai beni di prima necessità, il suolo è
inquinato dalle testate rivestite di uranio. Secondo le cifre fornite lo
scorso anno dall'Unicef, il 60% della popolazione non ha regolare accesso
all'acqua potabile e oltre l'80% delle scuole ha
bisogno di riparazioni strutturali. La Fao ha calcolato che nel 1997 il 27%
della popolazione irachena soffriva di
malnutrizione cronica e il 70% delle donne di anemia. L'Unicef riporta che
nel centro e nel Sud del paese, dove vive l'85%
della popolazione, il tasso di mortalità infantile è raddoppiato rispetto
al periodo precedente la guerra del Golfo.
Sul tributo
di sangue dovuto al deliberato strangolamento dell'economia non esistono
ancora dati certi; questo sarà poi compito degli storici. Secondo Richard
Garfield, uno degli esperti più autorevoli, "una valutazione prudente
di 'morti premature' tra i bambini di età
inferiore ai cinque anni a partire dal 1991 sarebbe di 300.000"4;
mentre secondo le stime dell'Unicef - che nel 1997 dichiarava "4500
bambini di età inferiore ai cinque anni muoiono ogni mese di fame e di
malattie" - il numero di bambini uccisi dal blocco sarebbe di
500.0005. È più difficile calcolare le cifre delle altre vittime, ma come
fa notare Garfield, "il tasso di mortalità indicato dall'Unicef è
soltanto la punta di un iceberg dell'enorme danno inflitto a quattro
iracheni su cinque che sopravvivono oltre il loro quinto compleanno"6.
Alla fine del 1998, l'irlandese Dennis Halliday, coordinatore del programma
umanitario dell'Onu per l'Iraq ed ex vice segretario generale dell'Onu si è
dimesso per protesta contro le sanzioni, dichiarando che il numero totale
delle perdite umane provocate dal blocco supererebbe il milione7. Quando il suo successore Hans von Sponeck ha avuto il coraggio
di includere nel suo rapporto le perdite di civili causate dai
bombardamenti anglo-americani, i regimi di Clinton e di Blair hanno chiesto
le sue dimissioni.
Alla fine del 1999 anche von Sponeck si è dimesso, dichiarando che aveva
fatto il suo dovere per il popolo dell'Iraq e che "ogni mese il tessuto sociale iracheno presentava lacerazioni sempre
maggiori". Queste lacerazioni si sono ampliate sempre più nel periodo
delle sanzioni 'petrolio in cambio di cibo' attuate a partire dal 1996, che
consentono all'Iraq di esportare petrolio per 4 miliardi di dollari all'anno, mentre sarebbero necessari almeno 7 miliardi
soltanto per assicurare servizi ridotti al minimo8. Dopo dieci anni, lo
strangolamento dell'Iraq a opera di Stati Uniti e
Gran Bretagna ha raggiunto livelli senza precedenti nella storia moderna.
Oggi l'Iraq è un paese che, per usare le parole di Garfield, "è
l'unico esempio di popolazione stanziale in cui vi sia stato un costante e
altissimo incremento della mortalità di oltre due milioni di persone negli ultimi duecento anni"9.
Come viene giustificata questa vendetta omicida perpetrata su
un intero popolo? Tra le motivazioni ufficiali vi sono tre argomenti
ricorrenti diffusi dai media addomesticati: Saddam Hussein è un avido
aggressore, che con l'invasione del Kuwait ha violato le leggi
internazionali minacciando la stabilità di tutta la regione e nessun paese
vicino sarà mai al sicuro finché lui non verrà
eliminato; il suo regime era un arsenale di armi di distruzione di massa e
avrebbe presto acquisito anche un arsenale nucleare, diventando un pericolo
senza precedenti per l'intera comunità internazionale; Saddam impone
all'Iraq una dittatura spietata e feroce senza paragoni, incarnazione
politica del male, che nessun paese civile può tollerare. Per tutte queste
ragioni, il mondo civilizzato non potrà mai arrendersi finché Saddam non verrà eliminato; i blocchi e i bombardamenti sono
l'unico mezzo per riuscirci senza mettere inutilmente a rischio i nostri
cittadini.
Ognuna di queste motivazioni è assolutamente falsa. L'occupazione irachena
del Kuwait, un territorio che prima della colonizzazione è stato
amministrato quasi sempre da Bassora o Baghdad,
non ha rappresentato alcun oltraggio straordinario né per la regione né per
il resto del mondo. L'annessione indonesiana di Timor Est è stata accettata
dall'Occidente per vent'anni quasi sempre con
tranquillità, anche nei giorni in cui la famiglia al potere in Kuwait
fuggiva. Esempio ancora più lampante: nello stesso Medio Oriente, Israele -
uno Stato fondato su un processo originario di pulizia etnica - ha sfidato
per diverso tempo le risoluzioni Onu che intimavano
una divisione relativamente equa della Palestina, conquistando ampie zone dei
territori vicini e occupando non soltanto la striscia di Gaza, la West Bank
e le alture del Golan, ma anche una fascia del Libano meridionale. Invece
di opporsi a questa politica espansionistica, gli Stati Uniti hanno
continuato a sostenere, equipaggiare e finanziare Israele, senza che dai
suoi alleati europei - men che mai dalla Gran Bretagna - si alzasse una
sola voce. Adesso la fine di questo processo è imminente, visto che
Washington si sta occupando di ridurre i palestinesi a qualche sparuto
bantustan alla mercè di Israele. La lezione non è
che l'aggressione territoriale sia un crimine che non può essere punito,
bensì che uno Stato, per portare avanti con successo le sue mire
espansionistiche, deve agire anche negli interessi dell'Occidente: soltanto
così la sua impresa potrà concludersi con un
sorprendente successo. La conquista irachena del Kuwait non era negli
interessi dell'Occidente, dal momento che conteneva la seria minaccia che
due quinti delle riserve di petrolio mondiali passassero nelle mani di uno
Stato arabo moderno con una politica estera autonoma; ben differente dai
vassalli feudali dell'Occidente in Kuwait, nel Golfo o in Arabia Saudita. Da qui la 'Tempesta nel deserto'.
Questo per quanto riguarda l'espansionismo. Quanto al pericolo mortale
dei programmi iracheni di armamento, anche qui c'è
ben poco di vero. Finché il regime di Baghdad veniva
visto da Washington e da Londra come un possibile alleato - e questo per
circa vent'anni, da quando schiacciò i comunisti nel paese e fece guerra ai
mullah iraniani - nessuno si preoccupava di una sua possibile corsa agli
armamenti: le armi chimiche potevano essere usate senza rimostranze, le
licenze di esportazione venivano concesse, sui carichi straordinari si
chiudeva un occhio. Per le risorse nucleari era un altro discorso, ma non
per un particolare timore nei confronti dell'Iraq, bensì perché sin dagli
anni '60 gli Stati Uniti, per salvaguardare il monopolio della
superpotenza, hanno cercato di impedire che queste si diffondessero negli
Stati minori. Israele non rientrava chiaramente nei requisiti richiesti
dalla 'non proliferazione'; e questo gli aveva permesso non soltanto di
dotarsi di un grosso arsenale senza un'obiezione da parte dell'Occidente,
ma anche di godere di un sostegno attivo per tenere
nascosto il suo programma.
Quando il regime
iracheno si è rivoltato contro gli interessi dell'Occidente nel Golfo,
chiaramente, la possibilità che l'Iraq potesse acquisire armi nucleari è
balzata improvvisamente all'ordine del giorno nell'agenda statunitense come
pericolo gravissimo. Oggi di questo spauracchio non è rimasta neppure
l'ombra. Da un lato, il monopolio nucleare delle grandi potenze, da sempre
una pretesa grottesca, è crollato - com'era inevitabile - con
l'acquisizione di armamenti nucleari da parte di
India e Pakistan, e senza dubbio presto anche da parte dell'Iran.
Dall'altro lato, il programma nucleare iracheno è stato estirpato tanto
radicalmente che persino l'accanito guerrafondaio Scott Ritter -
l'ispettore dell'Unscom (la Commissione speciale delle Nazioni Unite) che
si vantava della sua collaborazione con i servizi segreti israeliani ed era
il promotore dei raid che hanno dato l'avvio all'operazione 'Volpe del
deserto' - ha dichiarato che non c'è nessuna possibilità che l'arsenale si ricostituisca
e che perciò il blocco dovrebbe cessare.
Infine, si afferma che le atrocità del regime interno di Saddam sono
talmente estreme che qualsiasi misura volta a sbarazzarsi di lui è
legittima. Poiché che la guerra del Golfo si è conclusa
senza una marcia su Baghdad, Washington e Londra non hanno potuto
proclamare ufficialmente questa dottrina, ma l'hanno lasciata intendere in
ogni briefing informale e commento riservato. Nessun argomento è più
gradito ai politicanti della sinistra di quello secondo il
quale Saddam è l'Hitler arabo; e dato che "il fascismo è peggio
dell'imperialismo"10, ogni persona di buon senso dovrebbe unirsi sotto
la bandiera del Strategic Air Command. Questo linea
di pensiero è, in realtà, l'ultima motivazione al protrarsi del blocco;
secondo Clinton, "le sanzioni resteranno in vigore fino alla fine dei
tempi, o finché dura Saddam"11. Che il regime del Baath sia una
tirannia spietata nessuno può dubitarne; sebbene
le diplomazie occidentali abbiano guardato altrove mentre Saddam era loro
alleato. Ma che sia unico nella sua crudeltà è
un'ignobile farsa. Il destino dei curdi in Turchia, dove la lingua curda
non è neanche permessa nelle scuole e l'esercito, nella sua guerra contro
il popolo curdo, ha esiliato due milioni di persone dalla loro patria, è
sempre stato peggiore che in Iraq; qui, infatti - quali siano gli altri
crimini di Saddam - non c'è mai stato nessun tentativo di un simile
annichilimento culturale. Eppure alla Turchia, stimato membro della Nato e candidata all'ingresso nell'Unione europea,
non è stata imposta la benché minima sanzione, e per la sua repressione può
anzi contare sull'appoggio occidentale. Il rapimento di Ocalan,
accompagnato da rassicuranti reportages dei media anglo-americani sul
progresso turco verso una modernità responsabile, presenta diverse analogie
con quello di Vanunu. Qualcuno ha forse mai suggerito un'operazione di
soccorso urgente sul lago di Van, o una zona no-fly su Adana, o ancora un
attacco aereo preventivo a Dimona?
Il destino
dei curdi iracheni ha attirato quasi tutta l'attenzione internazionale, ma
la repressione del Baath non ha certo risparmiato neppure le altre
popolazioni arabe dell'Iraq. Ma che dire del leale
alleato occidentale ai suoi confini meridionali? Il regno saudita non ha
neanche la pretesa di rispettare i diritti umani così come sono concepiti ad Harvard o alle elezioni per la Camera dei Comuni, per
non parlare della condizione delle donne, che sarebbe inaccettabile persino
nella Russia medievale. Eppure nessuno Stato del
mondo arabo è più elogiato da Washington. In quanto
a uccisioni e torture, Saddam non è mai arrivato ai livelli di Suharto, i
cui massacri in Indonesia sono andati ben al di là di qualsiasi livello mai
raggiunto in Iraq. Ma nessun regime del Terzo Mondo è stato più stimato
dall'Occidente, dai suoi inizi sanguinari fino agli anni in cui il governo
di Saddam veniva dichiarato talmente ingiusto che
la sua eliminazione è diventata un imperativo morale dell'intera 'comunità
internazionale'. Nel 1995, mentre le forze aeree americane e britanniche
martellavano senza tregua il fuorilegge di Baghdad, Clinton riceveva un
vecchio amico da Giacarta. A Londra, Blair ha fornito armi alla dittatura
indonesiana fino al 1997 e, proprio alla vigilia della caduta di Suharto, dava il benvenuto al suo regime al Summit euro-asiatico
di Londra; mentre naturalmente sbarrava le porte alla giunta birmana, le
cui vittime saranno anche modeste al confronto, ma il cui atteggiamento
rispetto agli investitori stranieri è molto meno conciliante.
Ma se non c'è
più neanche uno straccio di argomentazione a
favore del blocco e del bombardamento sull'Iraq, persiste ancora una
riserva molto diffusa. E allora? Altri Stati
potranno avere una politica altrettanto espansionistica, cercare di
procurarsi a tutti i costi armi nucleari, maltrattare o uccidere un maggior
numero di cittadini; ma a chi interessa? Non si può rimediare ogni
ingiustizia in un colpo solo; il male commesso altrove non può essere
eliminato al prezzo di un insuccesso nel fare del bene qui. Anche se facciamo la cosa giusta in un solo caso, non è
sempre meglio che non farla per niente? È meglio usare due pesi e due
misure che non agire. È questa adesso la nuova dottrina ricorrente tra i
fedeli factotum, articolisti e cortigiani, dei regimi di Clinton e di
Blair, che è possibile sentire ogni qualvolta diventa impossibile negare
realtà scomode quali i sauditi, gli israeliani, gli indonesiani, i turchi o
chiunque altro. "Dobbiamo abituarci all'idea di due pesi e due
misure", scrive apertamente Robert Cooper, assistente personale di
Blair per gli Affari esteri ed ex diplomatico12. La massima che sta alla
base di questo cinismo è: puniremo i crimini dei
nostri nemici e ricompenseremo i crimini dei nostri amici. Non è forse
almeno preferibile all'impunità universale? A questa domanda è facile
rispondere: seguendo questa falsariga, la 'punizione' non riduce la
criminalità ma la genera, in chi ne ha il controllo. La guerra del Golfo e
quella dei Balcani sono esempi tipici dell'arbitrarietà di un atteggiamento
di controllo selettivo.
I due casi
non sono identici, perché in Jugoslavia non c'era nessun minerale
strategico. Ma se le loro origini sono diverse,
un'unica ideologia li accomuna. Cooper lo ha espresso con una chiarezza
ammirevole: da un lato, spiega infatti
candidamente che "la ragione della guerra del Golfo non è stata la
violazione delle norme internazionali da parte dell'Iraq" -
l'annessione di un altro Stato, dice infatti, potrebbe anche essere
tollerabile - ma il fatto che l'Occidente avesse bisogno di mantenere una
salda presa su "riserve di petrolio vitali". Da un altro lato,
prosegue Cooper, l'Occidente non dovrebbe limitarsi a casi come questi, di
scoperto interesse materiale, ma estendere il suo campo d'azione. "Un
consiglio agli Stati post-moderni: accettate che l'intervento in quelli
pre-moderni diventi una cosa normale", scrive Cooper. "Tali
interventi potrebbero non risolvere i problemi, ma almeno ci salveranno la coscienza. E per
questo non rappresentano necessariamente la scelta peggiore"13. Questo
è un documento scritto per il Kosovo, prima del blitz della
Nato. Il prezzo da pagare per la 'coscienza' ha significato, come era prevedibile, più morti e distruzione - per non
parlare di una interminabile pulizia etnica - che non una reale occasione
per 'salvarla'. In realtà, per esprimere la motivazione reale
dell'intervento occidentale nei Balcani, quella frase, per quanto
deplorevole, dovrebbe essere un po' diversa; la 'credibilità'
è diventata infatti la ragione di fondo, dichiarata ufficialmente, di un
attacco aereo Nato durato mesi, che invece, come aveva inizialmente
promesso lo stesso segretario generale, avrebbe dovuto essere questione di
poche ore: 'salvare la faccia' è forse l'espressione che rende meglio
l'idea.
Il pensiero
che sta dietro questo atteggiamento è stato
formulato in modo pittoresco dal Primo ministro britannico in alcuni
memorandum confidenziali: "C'è un insieme di questioni apparentemente
slegate che sono in realtà tra loro connesse e combinano la politica 'dalla
parte dei cittadini' con la linea rigida e lo 'Standing up for
Britain'."14. Blair prosegue: "Non possiamo davvero pensare di
avere qualche possibilità di raggiungere gli obiettivi dello 'standing up
for Britain' se sembriamo dare scarsa attenzione al settore della
difesa". Il Primo ministro britannico dice ancora:
"Diritto d'asilo e criminalità: sembrerebbero questioni slegate dal
patriottismo, ma in realtà sono connesse; in parte perché sono già di per
sé sfide ardue, in parte perché toccano in profondità l'istinto
britannico".
I rimedi per Blair? "Il Kosovo dovrebbe aver eliminato ogni
ombra di dubbio sulla nostra forza militare [sic]", e "stiamo adottando misure rigide su diritto d'asilo e
criminalità". I profughi della guerra nei Balcani, già beneficiari di
un certo tipo di linea dura, possono adesso godere i frutti di un'altra
linea dura: "Sulla questione del diritto d'asilo, dobbiamo dare
rilievo alle espulsioni; e se la spesa per i sussidi ai
richiedenti asilo dovesse diminuire, anche a questo bisognerà dare
risalto". Le riflessioni del bombardiere britannico di mezza tacca si concludono con l'impareggiabile indicazione: "Io
dovrei essere personalmente coinvolto nella maggior parte di questi
provvedimenti"15. Potremmo benissimo trovarci a Piazza Venezia negli
anni '20.
Nonostante la devastazione che ha provocato, senza dare speranze di una
soluzione durevole, il risultato dell'intervento nei Balcani non è neppure comparabile al bilancio della catastrofe in
Iraq. Qui si è trattato di una vera e propria strage degli innocenti.
Prendiamo alla lettera la presunzione dei nostri leader. Clinton e Blair
sono personalmente responsabili della morte di centinaia di migliaia di
bambini, massacrati con indifferenza per salvare la propria 'credibilità'. Considerando la valutazione prudente di
300.000 bambini d'età inferiore ai cinque anni e facendo una stima
provvisoria di 200.000 morti premature tra gli adulti, ci troviamo davanti a una delle più imponenti uccisioni di massa degli
ultimi venticinque anni. E sono cifre modeste, visto che
Dennis Halliday arriva a parlare di un numero molto più alto, almeno un
milione di perdite umane. In confronto, la guerra del Golfo di per sé è
stata una faccenda da poco: non più di 50.000 morti. Il crimine più
sanguinoso di Saddam - quello che ha goduto della
complicità occidentale - è stato l'attacco all'Iran, che è costato alla sua
gente 200.000 perdite. Il genocidio in Ruanda ne ha provocate
500.000. Basti pensare che il numero di bambini e adulti uccisi
dall'assedio dell'Iraq si aggira intorno alla stessa cifra. Volendo
assegnare in modo più preciso le responsabilità politiche, a Clinton - al
potere dal 1992 - si possono attribuire i nove decimi dei morti; a Blair -
nominato nel 1996 - i due quinti. Dato che senza Stati
Uniti e Gran Bretagna il blocco sarebbe stato tolto molto tempo fa,
valutare quale sia stato il ruolo degli altri leader occidentali, per
quanto codardi, non è necessario.
Nel 1964, pochi mesi prima che il governo Wilson
salisse al potere in Gran Bretagna, Ralph Miliband avvertì la generazione
degli anni '60 - inebriata dalla fine di tredici anni di governo
conservatore e desiderosa di cogliere un segno di riforma progressista nel
paese - che sarebbe stato un errore fatale perdere di vista la politica
estera del Labour, già piuttosto legata a Washington; questa, secondo
Miliband, avrebbe probabilmente determinato l'intera esperienza del
governo. L'anno seguente si dimostrò che aveva ragione. L'appoggio di
Wilson alla guerra americana in Vietnam, quando Johnson inviò le sue truppe
nel 1965, mise in evidenza tutta la portata del
disfacimento politico del laburismo. La fine miserabile dell'Old Labour,
dopo dieci anni di sterile esercizio del potere, fu scritta in anticipo in
questa collusione futile e servile con una guerra imperialista. Negli Stati
Uniti, la battaglia contro la guerra del Vietnam ha dato il colpo di grazia
a Johnson e alla fine, indirettamente, anche a Nixon; in Gran Bretagna ha
garantito a Wilson, Callaghan e ai loro colleghi l'indignazione totale di qualsiasi
persona intelligente al di sotto dei venticinque
anni, per non parlare del disinganno nei più vecchi.
L'assedio dell'Iraq non è un'altra guerra del Vietnam. L'obiettivo, la
portata e le forze dispiegate sono tutti minori. Ma c'è anche un'altra
differenza: questa volta, la Gran Bretagna non si è limitata a offrire un sostegno diplomatico e ideologico alle
barbarie americane, ma vi sta partecipando attivamente come alleato
militare. Il passato dell'Old Labour, per quanto sia vergognoso, non è
niente in confronto all'ignominia del suo successore. Cosa
direbbe Miliband del New Labour, mentre i suoi jet decollano per un altro
raid su ciò che resta di un popolo del Terzo Mondo distrutto e ridotto alla
fame; mentre, per ordine dei suoi leader, i figli di questo popolo
continuano a morire come mosche? Nei consueti dibattiti politici al governo
non se ne è mai sentito parlare. Si discute di
questioni come 'New Deal' per l'occupazione (15.000 nuovi posti di lavoro),
i crediti fiscali per le famiglie che lavorano (35 dollari in più alla settimana per i sottopagati), la prossima età aurea
della sanità, proprio come in America: si dibatte a lungo sull'aumento dei
crediti di imposta sui redditi di lavoro (1000 dollari all'anno),
sull'aumento del salario minimo (oltre 95 centesimi l'ora), o su fantasiosi
progetti pensionistici. Nessuna di queste questioni è superflua; ma in
realtà sono dettagli, semplici pretesti che permettono di tollerare le
amministrazioni di Clinton o di Blair. Sono stati uccisi troppi bambini da
questi Erodi, felicemente al riparo della
comprensione degli 'istinti nazionali. Sono regimi spregevoli, che vanno
combattuti, non ansiosamente blanditi.
Traduzione di Francesca Buffo
note:
1 Atti ufficiali, Hansard, 24 maggio 2000.
2 Steven
Lee Myers, In Intense But Little-Noticed Fight, Allies have Bombed Iraq All
Year, "New York Times", 13 Agosto1999. Per approfondimenti, vedi Anthony Arnove,
Introduzione alla raccolta da lui curata The Siege of Iraq, London 2000,
pp. 9-20.
3 Peter
Pellett, Sanctions, Food, Nutrition and Health in Iraq, in The Siege of
Iraq, cit., p. 155.
4 The Public Health Impact of Sanctions, in "Middle East
Report", n. 215, estate 2000, p. 17. Garfield è docente di clinica medica internazionale alla Columbia
University.
5 Unicef,
Iraq Survey Shows 'Humanitarian Emergency, agosto, 12, 1999.
6 The Public Health Impact of Sanctions, cit., p. 17.
7 Vedi The Siege of Iraq, cit. pp. 45, 67.
8 Vedi Haris Gadzar e Athar Hussain, Crisis and Response: A
Study of the Impact of Economic Sanctions in Iraq, Asia Research Centre,
London School of Economics, Dicembre 1997.
9 Changes in Health and Well-Being in Iraq during the 1990s',
Sanctions on Iraq-Background, Consequences, Strategies, Cambridge 2000, p.
36.
10 Vedi Barbara Crossette, For Iraq, a Dog House with Many
Rooms, in "New York Times", novembre 23, 1997.
11 The Post-Modern State and World Order, London 1996, p. 42.
12 Ivi, pp. 44-45.
13 Ibidem.
14 Standing up for Britain è il titolo del memorandum di Tony Blair del dicembre 1999 (NdT).
15 Memorandum di Tony Blair del dicembre
1999 e 29 aprile 2000 pubblicati da "The Times" del 14 luglio e
27 luglio 2000. "Per i crimini dobbiamo propendere per le
misure forti" ha ripetuto ossessivamente il Primo Ministro,
"azioni dure che abbiano effetto immediato, che mandino
un messaggio attraverso il sistema; ad esempio il ritiro della patente per
i giovani delinquenti. Ma sono misure da prendere
al più presto, e io dovrò essere personalmente coinvolto con questo
provvedimento". Questi documenti illustrano bene quale sia il corredo mentale dei governanti britannici.
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