Inviato da ufficiostampa di 11 Set 2004 - 11:23 AM
La trascrizione
dell'inchiesta sulle Nazioni Unite trasmessa il 10/9/2004. Autori
Giorgio Fornoni, Sabrina Giannini,
Paolo Mondani
"Se questa è l'ONU" di Report, Rai 3
La trascrizione dell'inchiesta trasmessa
il 10/9/2004. Autori Giorgio Fornoni, Sabrina Giannini, Paolo Mondani
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Questa sera parleremo dell’unico strumento che il Mondo ha per mantenere la
pace e ostacolare il terrorismo. Ma non parleremo dell’Ossezia
perché non abbiamo informazioni in più rispetto a quello che riferiscono
le cronache. Ai bimbi di Beslan dedichiamo tutto il
lavoro che abbiamo messo nella nostra prima puntata.
sigla
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Buona sera, è con piacere che ricominciamo ricominciamo la nostra nuova serie e saremo qui per 6
settimane, sempre di venerdì, con 6 nuove inchieste. Ogni puntata sarà
preceduta dal racconto di un attore che ha lavorato apposta per noi e vedremo
Antonio Albanese, Giuliana Musso, Bebo
Storti, Angela Finocchiaro, molto plastica e Laura
Curino. E adesso si comincia con l’ONU.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Si chiama Oil for food lo scandalo delle tangenti
travolge l’Onu e arricchisce Saddam.
Tutto comincia nel 1995, quando le Nazioni Unite con una risoluzione, decidono
che occorre dare una mano all’Iraq, sotto embargo da quattro anni. Parte il
programma Oil for food, cioè
l’Iraq può rivendere il suo petrolio e in cambio riceverà, cibo, medicine e
infrastrutture. A decidere quale paese e quale azienda devono
vendere i loro prodotti all’Iraq, una commissione dell’Onu
espressa dai cinque paesi che contano: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia,
Russia ,Cina.
DENNIS HALLIDAY – ex capo missione Oil for food in Iraq
Io stesso andai sul confine turco e contai centinaia di camion che entravano in
Iraq portando verdure, olio da cucina, patate e in cambio avevano il permesso
di portare via 5 mila galloni di benzina o paraffina. Era Washington a
consentire a Saddam di contrabbandare molto più
petrolio del consentito alla Turchia perché questa è
un paese della Nato e molto amica degli Stati Uniti.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
L’Onu che avrebbe dovuto controllare, permise invece
a Saddam di imporre le tangenti ai suoi clienti: il
10 per cento del valore di ogni contratto. Oggi
sappiamo che la responsabilità si estende ad alcuni membri del Consiglio di
sicurezza che favorivano un loro interesse o una loro
azienda.
DENNIS HALLIDAY - ex capo missione Oil for food in Iraq
In particolare furono Washington e Londra a fare i
loro giochetti, videro ogni contratto, erano a conoscenza di ogni bustarella.
Così funziona il settore privato: è corrotto. Le bustarelle sono
uno stile di vita. Dov’è la sorpresa? Questa è la
realtà, lo sapevano fin dall’inizio che a Bagdad arrivavano i soldi. Gli importava qualcosa? Certo
che no.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Dal 1996 al 2003 con il programma Oil for food,
l’Iraq ha venduto petrolio per 64 miliardi di dollari e ricevuto prodotti
essenziali per la sua sopravvivenza per 27 miliardi di dollari. Dove sono finiti gli altri 37?
DENNIS HALLIDAY - ex capo missione Oil for food in Iraq
Gli americani bloccarono centinaia di contratti anche se erano stabiliti in
accordo con l’Onu. Riguardavano il cibo ma
soprattutto i farmaci di base. Questo è fare politica dentro un programma
umanitario e io lo considero una violazione della dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Su questo scandalo è in corso una commissione d’inchiesta. Tutto
quello che l’Onu dovrebbe essere e invece non è.
Lo vedremo questa sera passando dalla Palestina, dal Saharawi,
dalla Liberia, dal Kossovo e ovviamente dall’Iraq. Ma prima torniamo indietro, ai bombardamenti su Palermo nel
43. Report ha il piacere di ospitare
l’interpretazione di un grande talento, Davide Enia.
L’asso dell’aviazione monologo di Davide Enia
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Lo sbarco degli alleati nel 43 non è stata per tutti
una festa. In Sicilia i fanti americani uccisero
deliberatamente cento prigionieri italiani, e a questo fatto, solo di recente,
è stata dedicata qualche riga. Ma l’entrata in gioco degli Stati Uniti
chiudeva un periodo tragico, e il mondo intero disse: ‘Mai
più!’. Da allora la pace ha uno strumento per tutelare tutti,
si chiama Onu. La sede è a New York, ed è
meglio nota come “il Palazzo di vetro” e lì comincia il
viaggio di Paolo Mondani, Giorgio Fornoni e
Sabrina Giannini.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
L’Onu nasce dopo la Seconda guerra mondiale con il
compito di mantenere la pace e la sicurezza nel Mondo. Ne fanno parte ad oggi
191 stati. Altissimo il numero del personale addetto.
GUIDO BERTUCCI - direttore
Divisione Amministrazione Onu New York
È di circa 15 mila persone delle quali diecimila lavorano qui a New York e poi
se si contano le altre organizzazioni arriviamo a, direi, decine di migliaia,
circa 61 mila funzionari
AUTORE
Quanto guadagna un funzionario medio delle Nazioni Unite qui a New York?
GUIDO BERTUCCI - direttore
Divisione Amministrazione Onu New York
Un funzionario medio guadagna circa 60 mila dollari all’anno e un direttore
guadagna circa 120 mila dollari all’anno.
AUTORE
Qual è il bilancio annuo delle Nazioni Unite qui a New York?
GUIDO BERTUCCI - direttore
Divisione Amministrazione Onu New York
Circa un miliardo e mezzo di dollari all’anno. Se poi aggiungiamo tutte le
agenzie specializzate, il sistema planetario dell’Onu
che include la Banca mondiale, la Fao, l’Unesco, i fondi per lo sviluppo e i programmi arriviamo a 12 miliardi di dollari all’anno. Oltre a questo
ci sono le spese per le operazioni di pace che ammontano in media, quest’anno per esempio, il costo totale è di 4,2-4,3
miliardi di dollari
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Per chi vuole risparmiare c’è la mensa dove si spendono 7-8 dollari per un
pasto, al ristorante si spendono circa 35 dollari con vista sul ponte di Queensborough che unisce Manhattan
al Queens e sui giardini dell’Onu,
oggi chiusi per motivi di sicurezza.
GUIDO BERTUCCI - direttore
Divisione Amministrazione Onu New York
Il Segretario generale viene spesso a mangiare e gli viene riservata la tavola
d’angolo per avere più tranquillità
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Nei sotterranei le colonne portanti e i muri sono protetti da sacchi di sabbia
contro i danni che potrebbero venire da un attentato, la paura è quella che facciano la stessa fine delle fondamenta delle Torri
gemelle. Il sistema delle Nazioni Unite comprende il Consiglio di sicurezza,
dove vige il potere di veto degli stati più forti: Stati Uniti, Gran Bretagna,
Francia, Cina e Russia. Al Consiglio fanno capo le attuali 17 operazioni di peace-keeping, le 12 operazioni di peace-buildings
e i tribunali internazionali. Del sistema fa parte l’assemblea generale, da cui
dipendono tra gli altri l’Unicef, l’Alto
commissariato per i rifugiati, il World food programme,
e il Consiglio economico e sociale da cui dipendono le agenzie specializzate
come la Fao, l’Unesco, la
Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione mondiale
della sanità.
GIANDOMENICO PICCO – rappresentante Onu Dialogo fra le civiltà
La burocrazia dell’Onu come le burocrazie
dell’occidente in particolare hanno interinato, come dicono i francesi, il
concetto che il funzionario non esiste, esiste la
macchina. Questo ha fatto sì che le responsabilità individuali vengano quasi coperte dalla responsabilità collettiva che io
nego esista
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Giandomenico Picco è stato il numero due dell’Onu quando Perez de Cuellar era segretario generale
GIANDOMENICO PICCO – rappresentante Onu Dialogo fra le civiltà
Il difetto vero dell’Onu, della burocrazia dell’Onu è che abbiamo pochi commandos,
una burocrazia vera funziona bene quando lei lascia liberi i commandos. Cosa sono i commandos? I commandos sono
gruppi di persone, piccolissimi gruppi di persone che operano in maniera
diversa dalla burocrazia e qual è l’elemento principale: che dicono se la cosa
non funziona io me ne vado, si assumono la responsabilità in modo diretto o
personale, se non funziona mi ammazzano, o personale, se non funziona me ne
vado. In questo modo le macchine funzionano. I grandi successi dell’Onu sono arrivati quando un commandos
ha preso in mano un caso specifico e lo ha spinto. Gli altri poi seguono. Se lei non ha commandos non
funziona niente.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Ci sono missioni andate bene come la Namibia e il
Mozambico, dove però il ruolo di commandos lo ha giocato più la Comunità di S. Egidio che non le Nazioni
Unite. Certamente nei 60 anni di storia dell’ONU la lista dei fallimenti è
lunga: non è stato mosso un dito per chiudere i gulag ,
per frenare la sistematica violazione dei diritti umani in Cina, per fermare la
guerra del Vietnam, il genocidio in Cambogia e in Ruanda. L’ONU ha tollerato il cannibale Bokassa, ha
sbagliato in Somalia, in Congo in Sudan, non ha messo piede in Cecenia, non ha saputo evitare la guerra in Iraq. E oggi che da quella guerra dovrebbe portarci fuori, i suoi
uomini non ci sono.
L’Onu in Iraq
AUTORE
Ministeri, alberghi, militari hanno da tempo il loro
muro. Ora anche gli irakeni si sono ingegnati con bidoni, vasi, blocchi di
cemento armato, filo spinato pur di tenere lontane le autobomba. Bagdad è muri ovunque una città
come una trincea. L’Onu per ora non c’è.
Alla conferenza stampa delle associazioni delle
donne che partecipano alla nuova Assemblea nazionale salta improvvisamente la
luce, ormai è la normalità a Bagdad. Chiedo alla loro
responsabile che per trent’ anni è stata nella resistenza anti-Saddam
se agli Irakeni l’Onu finora è servito a qualcosa.
HANAA EDWARD – direttore Al Amal association
L’Onu dovrebbe avere un ruolo forte, dovrebbe
lavorare alla preparazione delle prossime elezioni di gennaio, saranno le prime
elezioni libere, e ci vorrebbe tutta la sua esperienza. La principale critica
che gli Irakeni fanno all’Onu è che i suoi programmi
e la sua burocrazia sono troppo costosi. Ha portato qui i suoi esperti ma gli
esperti Irakeni ci sono, perché non li usa? Porta riso e cibo da fuori
distruggendo cosi la nostra produzione agricola locale, perché?
AUTORE
La Commissione delle Nazioni Unite sulle compensazioni di guerra sta risarcendo
il Kuwait invaso nel 1991 e Stati Uniti e Gran Bretagna che hanno sopportato le
spese del conflitto. Chi paga è l’Iraq di oggi non Saddam. Il paradosso è che L’Onu
preleverà parte dei 50 miliardi di dollari necessari per gli indennizzi dal
fondo delle emergenze umanitarie che era destinato al
popolo iraqeno. Lei cosa ne pensa?
HANAA EDWARD – direttore Al Amal association
Oh mio dio, oh mio dio, per noi Irakeni questa è la cosa più dura da
sopportare. Le compensazioni sono il 30 per cento del nostro prodotto interno e
lo dobbiamo dare al KUwait. Ma di chi è la colpa di tutto quel che è successo in Iraq? Di Saddam, che cosa c’entra oggi il
popolo irakeno. Saddam non è stato danneggiato
dalle sanzioni ma si è arricchito con l’esportazione illegale del petrolio. Su
di noi pesa anche l’embargo dell’Onu da 12 anni.
Potevano fare sanzioni politiche, sanzioni militari ma non economiche contro la
popolazione. Guardi in giro, per il popolo irakeno non c’è acqua potabile, non
ci sono scuole, non c’è elettricità, non ci sono case
decenti, questo dovrebbe fare oggi l’Onu.
Immagini di repertorio 19 agosto 2003
AUTORE
19 agosto del 2003. Qui alle mie spalle, all’hotel Canal stavano gli uffici
dell'Onu a Bagdad. Quel
giorno un'autobomba fa saltare tutto e muoiono 22 persone tra cui il vice di Kofi Annan, Sergio Vieira de Mello. Perché l'Onu era diventata un target?
Lo scrive con precisione questo rapporto investigativo dell'Onu:
all'interno del Canal hotel sostavano reparti dell'esercito americano e questo
aveva creato disagio nel personale. La paura di essere trattati come forza belligerante era forte.
Gli americani non dovevano stare lì, l'Onu glielo
disse, gli scrisse persino una lettera ufficiale di protesta ma gli americani
non se ne andarono. L’Onu
che è nata per intervenire nelle situazioni di emergenza
non è più tornata in Iraq.
La cupola della moschea di Zafarania è stata
mitragliata dagli americani eppure Mohamed Alì Khorayry è un religioso sunnita che non coltiva sentimenti di vendetta, ma una sola
grande delusione
MOHAMED ALÌ KHORAYRY – Sheik
sunnita di Zafarania
È grave che l'Onu se ne sia andata dopo l'attentato
dell'anno scorso, non dovevano scappare, noi speravamo
nell'Onu, anche se le loro sanzioni hanno causato la
morte di 1 milione e mezzo di bambinimi dicono i dati
delle organizzazioni umanitarie. Oggi l'Onu è senza vita, esiste senza esistere.
VOCE DELL’AUTORE FUORI CAMPO
A Bagdad l'incubo della sicurezza riguarda tutti,
anche le chiese cristiane davanti alle quali ad agosto sono scoppiate 5 autobombe. Ma mons
Warduni mi racconta che tra gli iraqeni
si sta diffondendo un nuovo terrore, quello dei sequestri di persona.
ISHLEMON WARUNI – Vescovo Caldeo
Un giovane universitario per esempio, che l'hanno
preso. Hanno chiesto 30/40 mila dollari e era
universitario doveva fare gli esami, l'hanno lasciato da loro 45 giorni.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Simona Pari mi ha ospitato ed aiutato. Insieme siamo
stati alla biblioteca di una scuola cranica a parlare con uno sheik sciita di un intervento umanitario e politico dell’Onu. E infine scortati dai
religiosi siamo andati nel suk di Khadimia
dove Simona ha comprato un anello. Con Simona Torretta sono volontarie dell’ ong Italiana Un ponte per Bagdad, l’unica ad aver aiutato la biblioteca nazionale
della città, a cui hanno installato i computer per l’archivio. Il 9 aprile del
2003, durante il gigantesco sacco seguito all’arrivo dei marines
la biblioteca venne bruciata e saccheggiata. Il
direttore, ha cercato ovunque aiuto: ma l’Onu
dov’era?
SAAD ESKANDER – direttore Biblioteca nazionale Bagdad
Lanciammo un allarme e le Nazioni Unite ci risposero
subito, vennero quelli dell’ Unesco, hanno fatto
promesse e non si sono più fatti vedere. Qui abbiamo materiale unico, testi del
periodo ottomano, fotografie e documenti segretati da
Saddam la cui lettura in futuro permetterà di
ricostruire tutta la nostra vera storia.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Di fronte ai negozi di Carrada street sono ammucchiati centinaia di condizionatori arrivati
dall’India mentre l’industria irakena di condizionatori Al Hilal
è praticamente ferma
GHASSAN ABDULGHANI - direttore industrie Al Hilal Bagdad
Questa fabbrica è una delle più grandi dell Iraq. Qui
si producevano circa 200 mila condizionatori l’anno e ci lavoravano 700 operai.
Prima della guerra il governo favoriva i prodotti iracheni, a quelli importati dall' estero veniva infatti imposta un’iva
altissima. Il nuovo governo ora ha quasi azzerato l’iva.
Così nostri prodotti sono più cari e quelli che arrivano dall'
estero sono più a buon mercato. E il risultato
è che loro vendono e noi chiudiamo. Fine della storia.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
In effetti la risoluzione Onu
dello scorso giugno assegna all’Onu stessa il compito
di tutelare e sviluppare l’economia irakena, ma nei fatti non controllano
quello che fa l’attuale governo, sebbene siano stato approvato proprio dalle
Nazioni Unite. Alle discussioni dell’Onu sulla
formazione del nuovo governo ha partecipato il capo religioso sciita della
scuola coranica di Khadimia.
JAMAD AL KHALESI – sheik
sciita di Khadimia
Avevamo chiesto che gli uomini di governo non fossero collegati all' autorità americana, perché non avrebbero avuto nessuna
credibilità. I rappresentanti dell'Onu ci dissero che
avevamo ragione. Poi improvvisamente si sono sottomessi alla volontà americana
e hanno lasciato fallire gli impegni presi con noi. Siamo delusi, eppure diciamo
all'Onu di tornare a prendere il controllo perché
questo è il suo ruolo nella storia.
HANS BLIX – ex capo ispettori Onu
in Iraq
Non penso che il Consiglio di sicurezza abbia
ratificato la presenza delle truppe americane. Ha accettato un governo provvisorio
perché non c’era alternativa.
AUTORE
Che futuro avrà questo attuale governo?
HANS BLIX – ex capo ispettori Onu
in Iraq
Il punto è questo: 140 mila soldati americani presenti nel paese non sono lì
per fare i turisti a Babilonia e l’ambasciata americana che lavoro a mille
persone. È un’ambasciata piuttosto inconsueta. È evidente che sono gli
americani a governare l’Iraq, e finché non trasferiranno l’autorità agli
Irakeni, gli Irakeni non si fideranno mai.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Nel quartiere di Bataween l'Unicef
e l'Onu hanno fatto qualcosa
di buono, con il progetto di terre del hommes hanno
costruito una scuola e dato casa ad alcuni bambini di strada di sei, sette,
otto anni, costretti dalle organizzazioni criminali a prostituirsi
AMAL MOHAMED – psicologa scuola di Bataween
Ci sono tanti bambini che vivono ai giardini del popolo e per le strade. Vengono sfruttati sessualmente a mille e cinquecento dinari
per una prestazione che dura anche 2 o 3 ore. Alcuni di loro sniffano colla.
Sono tutti là e dalle 5 alle 9 di sera vengono portati
in case chiuse, ai tempi di Saddam il fenomeno
esisteva ma non si vedeva, oggi quei bambini li vedono tutti.
AUTORE
È vero che anche i militari della coalizione vanno coi
bambini?
AMAL MOHAMED - psicologa scuola di Bataween
Si è vero, e hanno un mediatore che li porta da loro
DENNIS HALLIDAY – ex capo missione Oil for food in Iraq
L’articolo 99 della Carta delle Nazioni Unite conferisce al Segretario generale
l’autorità di parlare all’Assemblea generale, al Mondo e dire che questa guerra
è incompatibile con le leggi internazionali. Invece Kofi Annan non l’ha fatto.
L’aggressione è considerata da queste leggi il crimine più grave. Questo crea
una situazione in cui il Presidente degli Stati Uniti è un criminale di guerra che
dovrebbe essere messo in stato di accusa dagli Stati
Uniti o arrestato oltreoceano.
AUTORE
Ma allora perché Kofi Annan
non ha usato quest’arma? Perché
è politicamente compromesso, perché è un debole, per quale motivo?
DENNIS HALLIDAY – ex capo missione Oil for food in Iraq
Il signor Kofi Annan è una
creazione di Washington che decise che lui sarebbe stato il segretario generale
più adatto a prendere il posto di Boutros-Ghali.
Washington fece cadere Boutros-Ghali perché lui non
prendeva i loro ordini. Il signor Kofi Annan sa che se volessero sostituirlo potrebbero farlo più
o meno in qualsiasi momento.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Insomma l’Iraq è il luogo in cui l’Onu si è giocata
tutte le sue carte peggiori, e il modello di pace che propone è un modello ideale
ma la realtà è un’altra. La pace di cui si parla oggi è una finzione, un lento
imbroglio e invece il terrorismo va veloce. Torniamo dopo la pubblicità.
L’Onu in Palestina
MILENA GABANELLI IN STUDIO
E ritorniamo all’Onu. Oggi le missioni in corso sono
29, le risoluzioni 1558. Solo sulla questione israelo-palestinese
sono 73, nessuna è mai stata applicata. L’11 settembre
ha seminato dubbi sulla forza della legge internazionale, e indebolito i
principi stessi a cui l’Onu si ispira.
Se le risoluzioni erano deboli prima, adesso sono
carta straccia.
ROBERT BAR DAN - Colonnello dell’esercito
israeliano
Non si può combattere il terrorismo con i sistemi convenzionali che abbiamo
conosciuto fino adesso e siccome le Nazioni Unite e la maggioranza del mondo
non ha ancora capito esattamente come si combatte, non ha imparato ancora come
si combatte il terrorismo io credo che Israele deve ignorare queste soluzioni,
suggerimenti o decisioni delle Nazioni Unite
SHIRIN EBADI - premio Nobel per la pace
A me sembra che l’11 settembre la lotta al terrorismo sia diventato
un pretesto per infrangere i diritti umani.
ROBERT BAR DAN - Colonnello dei servizi di
sicurezza israeliani
Anche questo muro non è una cosa perfetta, comunque
questo muro ha già dimostrato fino a oggi che riesce a ridurre in percentuale
molto alta i tentativi dei vari attentatori.
SHIRIN EBADI - premio Nobel per la pace
Israele deve stare attento. Se vuole vivere in pace
deve rispettare i diritti dei palestinesi attraverso la giustizia e non
costruendo un muro
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Lo scorso 9 Luglio la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha giudicato
il muro illegale. Per l’Alta Corte non è una barriera giustificata dalla
sicurezza ma un nuovo confine che permette a Israele
di annettersi il territorio del futuro Stato palestinese.
Immagini di repertorio
Nel 1947 la risoluzione 181 dell’Onu decretò la nascita dello Stato ebraico in terra
palestinese. Gli Stati Arabi insorsero. L’esercito israeliano rispose invadendo
418 villaggi palestinesi. Li rase al suolo. I profughi furono 800 mila.
57 anni dopo, Asqelon è
una moderna città israeliana costruita su uno di quei villaggi, Majdal. In questo parco archeologico, dove nei giorni di
festa le famiglie vengono a fare il barbecue, sorgeva una parte di Majdal. Le famiglie palestinesi di Majdal
si misero in viaggio, a piedi, e giunsero qui, a Gaza.
Vivono tutte nel quartiere dove oggi Hamas ha il suo
centro di comando.
DONNA 1
Gli israeliani pensavano che mandandoci via ci saremmo scordati del passato,
che solo i vecchi volessero tornare alla loro terra e invece no, anche i
giovani vogliono tornare. Ci chiamano terroristi, ma
loro che uccidono e tagliano sistematicamente i nostri alberi di ulivo, loro come li dovremmo chiamare?
DONNA 2
Ricordo che a Majdal ci cacciarono sparandoci
addosso, lasciammo per terra gli uomini, i vecchi, i bambini.
DONNA 3
Anni fa l’Onu ci dava
tantissimo cibo, ma non perché ci volevano bene, per farci dimenticare Majdal. Ora ci danno via via sempre di meno, siamo diventati un peso per
loro.
RAGAZZO 1
Una notte vennero i soldati, mi legarono le mani dietro la schiena e mi
bendarono. Mi picchiarono per tre ore nell’auto blindo
e poi finì in carcere. Mi trattarono come gli Americani
trattano gli Irakeni. Con disonore. Il carcere di Alma
Chab è in un deserto. D’inverno era ghiacciato e ci
tenevano nudi. In estate si moriva di caldo e ci gettavano i lacrimogeni nelle
celle.
RAGAZZA
Siamo migliaia di laureati senza lavoro e io quest’anno
non posso nemmeno pagarmi la rata dell’università. Quindi meglio decidere noi
come morire piuttosto che essere ammazzati da loro
AUTORE
Questa è la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu datata 19 maggio 2004. Dice: “Israele deve
assolutamente rispettare la Convenzione di Ginevra per quel che riguarda la
protezione dei diritti e della sicurezza dei civili in tempo di
guerra e poi condanna l’uccisione di civili palestinesi e la distruzione
sistematica delle case a Gaza e nei territori occupati.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
A Gaza ci sono un milione e mezzo di palestinesi. Ma una parte del territorio è
occupato dai coloni israeliani, 7 mila persone in
tutto. Gush Qatif è la
colonia che nel piano di ritiro predisposto da Sharon
dovrebbe abbandonare questa terra per restituirla ai palestinesi. I ragazzi di Gush Qatif se ne
andranno davvero?
RAGAZZA 1
Sharon ha sbagliato, noi siamo venuti qui per vivere insieme agli arabi anche se io alla pace non
ci credo, comunque ognuno potrebbe vivere a casa sua. Sharon
si è proprio impazzito.
UOMO 1
L’unica cosa che mi interessa è tenermi la mia Gush Qatif. Penso a guadagnare
quel che serve ai miei nove figli voglio la mia terra.
Quelli che pensano a darci qualche soldo per farci andare via non mi interessano.
AUTORE
Tutti terroristi per te?
RAGAZZA 2
Non tutti, ma tutti hanno l’intenzione di diventarlo e non puoi fidarti di
loro.
RAGAZZO 1
I terroristi pensano che dovremmo andarcene ma guardate quanto è bello qui. Io
sono stato soldato a Gush Qatif,
pilota di tank. Noi dobbiamo decidere, non Sharon che ora decide sopra di noi. Venga lui qui in
persona a parlarci. Chiedete a tutti: se ce ne andassimo
finirebbe tutto in mano ai terroristi. Ci sono arabi che verrebbero via con noi
perché non vogliono finire sotto Hamas e Jihad. Ovunque ci sono ebrei ci sono problemi: allora
rimandiamoli tutti indietro, tutti noi ebrei torniamo da dove siamo venuti,
dall’Italia, dalla Germania, dall’Europa, ridiamola
tutta agli arabi questa terra.
ZAQARIA DORAHIM BBALLUSHA – generale palestinese
Se Israele avesse rispettato tutte le risoluzioni dell’Onu,
Hamas non esisterebbe. E poi anche questa
Onu: ci aiuta a parole ma dovrebbe fare fatti
politici.
AUTORE
Eppure l’Onu vi ha ricoperto di risoluzioni positive per i palestinesi.
ZAQARIA DORAHIM BALLUSHA – generale palestinese
Non dateci risoluzioni, dateci uno stato democratico.
Credete che un po’ di cibo e vestiti sia una soluzione?
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
L’Unrwa, l’agenzia dell’Onu
per i profughi palestinesi, è qui da 55 anni, ha 25 mila addetti e si occupa di
portare istruzione e cibo ai campi profughi….farina, zucchero, lenticchie rosse
e latte in polvere. Dicono che non possono fare di più, il mandato del
Consiglio di sicurezza non può oltrepassare l’emergenza.
AUTORE
Questo libro israeliano dice che l’Unrwa è connesso al
terrorismo palestinese
SHAHANI MISHASHA – portavoce Unrwa
Onu
Degli 11500 addetti dell’Unrwa a West Bank e Gaza mai nessuno è stato incriminato dai tribunali
israeliani per connessioni col terrorismo.
AUTORE
Il documento dice che voi esagerate il numero di rifugiati.
SHAHANI MISHASHA – portavoce Unrwa
Onu
Noi possiamo provare uno per uno che i nostri 4,1 milioni di rifugiati sono
registrati dai nostri assistenti sociali che lavorano con le famiglie. Anzi, i palestinesi dicono che sono troppo pochi, perché
secondo loro i rifugiati sono 7 milioni.
Immagini di arrivo a Jenin
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
19 aprile 2002: il Consiglio di sicurezza dell’Onu
decide all’unanimità l’invio urgente di una commissione di indagine
a Jenin. Il 1 maggio 2002, solo 10 giorni dopo, il
Consiglio di sicurezza sotto il veto americano torna indietro e scioglie la
commissione. Su quel che accadde due anni fa a Jenin non avremo forse mai una verità definitiva
OMAR STETI - medico
Nell’aprile del 2002 gli israeliani vennero qui con
500 carri armati, molti elicotteri, e 11 mila soldati. 485 case furono
completamente distrutte.
AUTORE
Quanti morti ci sono stati?
OMAR STETI - medico
Qui 56 persone, più 225 combattenti e molte altre persone in altre zone. Non diedero il permesso ai medici di portare assistenza.
Io sono medico e stavo all’ospedale, venne un militare a dirci: “nessuno puo uscire di qua, se vedo
qualcuno che esce, un’infermiera, un medico, gli sparo e lo ammazzo”.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Il capo delle brigate Al Aqsa
si nasconde qui a Jenin, il suo nome è Zaqaria Zubeidi, è uno degli
organizzatori del movimento di protesta che accusa di corruzione alcuni
ministri e generali di Arafat
ZAQARIA ZUBEIDI – brigate Martiri di Al Aqsa
Dopo le distruzioni del 2002 è partita la ricostruzione con i soldi degli
emirati arabi. L’agenzia dei rifugiati dell’Onu, l’Unrwa, gestisce tutta l’operazione ma dal piano di
ricostruzione ha escluso alcune famiglie che avevano perduto la casa perché
famiglie sospette agli occhi degli israeliani. Purtroppo, l’agenzia dell’Onu subisce pressioni da parte israeliana e americana e
quindi dubitiamo della sua volontà di ricostruire le case per tutti.
AUTORE
7 maggio 2002, l’Assemblea generale dell’Onu approva
a maggioranza una risoluzione che condanna Israele per i fatti commessi a Jenin: la distruzione del campo profughi. La risoluzione è
stata votata a grande maggioranza solo 4 i contrari:
Israele, le isole Marshall, gli Stati di Micronesia e
gli Stati Uniti.
GIULIANO MER – regista israeliano
Il campo profughi è molto piccolo, controllato dal più potente esercito del
mondo con le apparecchiature più sofisticate del
mondo. Circondati da elicotteri apache e carri armati, l’unica cosa che possono
fare contro a questa enorme macchina è farsi saltare in
aria. Dei 23 kamikaze che si sono fatti esplodere a Jenin io ne conoscevo 6: nessuno era religioso,
nessuno cercava vergini nel cielo, ciò che li spinge è che preferiscono morire
piuttosto che vivere come morti. Io credo che se i palestinesi avessero il Vietnam
dietro di loro si comporterebbero come i Vietcong ma
invece hanno intorno solo cemento, cemento muri muri,
muri, muri, muri e muri una piccola quantità di esplosivo,
chiodi, e si fanno saltare in aria, questo è quello che gli è rimasto.
AUTORE
Crede che Israele possa e debba fare lotta al terrorismo superando i limiti
imposti dalla Convenzione di Ginevra?
ROBERT BAR DAN - Colonnello dell’esercito
israeliano
Abbiamo una informazione di intelligence che qualche
sabotatore ha messo una bomba in un supermercato ma non sappiamo quale
supermercato. L’orologio funziona, cioè l’orologio ha
ancora tre ore prima di scoppiare ma non sappiamo dove si trova. Come fare,
cosa fare? Naturalmente che in questo caso non si può applicare le leggi delle
Nazioni Unite, cioè io ho in mano una persona che sa a
che ora deve esplodere questa bomba e in che supermercato e che farà fuori
cento persone. Naturalmente non posso portarlo al Tribunale di Ginevra e
mettermi in ginocchio e chiedergli: fammi un piacere dimmi dov’è questa bomba e
quando esplode.
AUTORE
Lei ritiene legittimo usare maniere dure ma da qui alla tortura siamo a un passo colonnello.
ROBERT BAR DAN - Colonnello dei servizi di
sicurezza israeliani
Non vorrei usare la parola tortura ma dall’altro lato
se io sono sicuro che quella persona arrestata ha delle informazioni e se io
vengo a sapere quelle informazioni e con quelle informazioni posso salvare vite
umane io direi di fare tutto il possibile per estrarre quelle informazioni.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Verso Tulkarem incontro il muro di Galkilija. Prima del check-point
ancora muri, cemento armato, filo spinato ovunque. I soldati sono giovanissimi,
di fronte alla casa di Jamal è stata costruita una
rete, più lontano dietro la collina c’è il muro.
JAMAL
Il mio terreno è a 100 metri da qua ma devo fare 10 chilometri per raggiungerlo
aggirando il muro e posso andarci solo con il permesso israeliano e solo a
piedi o con l’asino.
AZIZ MOHAMMED TANJI
Sul percorso di quella rete ci sono telecamere con sensori
molto sofisticati, se qualcuno si avvicina c’è un meccanismo che fa
sparare un colpo d’arma da fuoco. Non ci sono militari.
Immagini del muro di Tulkarem
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Questa è la casa di Abdel Ahmad, sul tetto soldati israeliani come in trincea, a
terra quel che resta del suo giardino
ABDEL AHMAD
Questo era il mio pozzo e gli israeliani l’hanno coperto di cemento armato
DONNA DAL BALCONE
Come va amore mio?
DONNA DALLA STRADA
Bene,bene
DONNA DAL BALCONE
Salutami i ragazzi
DONNA DALLA STRADA
Ci sentiamo nei prossimi giorni
AZIZ MOHAMMED TANJI
Qui il muro non separa palestinesi da israeliani ma palestinesi da palestinesi,
Sharon dal 1967 ha un piano: vuole un Israele più
grande e quindi vuole la terra e l’acqua.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Questa è una risoluzione dell’assemblea generale dell’Onu,
è la numero 58 del 17 dicembre 2003, dice che Israele deve assolutamente
fermare la costruzione del muro.
Immagini del muro a Tulkarem
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
E durante la notte passa questa camionetta, spazza il terreno perché nessuno
osi lasciare la sua impronta su questa fascia di terra.
AUTORE
Risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del
24 settembre 2002: “Chiediamo che Israele cessi immediatamente gli interventi
dentro e fuori Ramallah, incluse la distruzione di
case palestinesi di infrastrutture della sicurezza.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
La Muqata, il quartier
generale di Arafat, le
rovine dei palazzi e un cimitero di auto è tutto quel che rimane
dell’intervento dell’esercito israeliano del settembre 2002.
YASSER ARAFAT – presidente Autorità nazionale
palestinese
La prima cosa è fermare quel muro perché è illegittimo. Anche
il quartetto ha detto che non deve esistere per sempre, e le Nazioni Unite
hanno fatto una risoluzione contraria. Il Papa ha detto: niente muri ma ponti
di pace. Questo muro si prende il 58 per cento della nostra terra e distrugge
la nostra agricoltura, le infrastrutture, trasforma le nostre città ghetto in
carceri e il Tribunale dell’Aja lo ha
condannato.
AUTORE
Vorrei sapere cosa pensa del piano di Sharon e se
crede che Sharon lo applicherà alla fine?
YASSER ARAFAT – presidente Autorità nazionale
palestinese
Quando gli israeliani decisero di uscire dal Libano lo
fecero in tre giorni, e quando dicono che vogliono ritirarsi da una piccola
parte di Gaza vogliono un anno di tempo: non è un ritiro vero, è un ritiro
virtuale, dovrebbero ritirarsi contemporaneamente dalla Cisgiordania
ma soprattutto dalla città di Betlemme che sono tornati a occupare. Oltre questo commettono crimini contro i luoghi santi,
cristiani e mussulmani e ci impediscono di pregare: come si può accettare
questo nel mondo? Il mondo ha condannato con forza i talebani
che in Afghanistan distrussero la statua di Buddha. Il mondo può accettare quello che è stato fatto contro la statua della Madonna a Betlemme?
Questo è accettabile?
Immagini Gerusalemme
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Gli Israeliani accusano i Palestinesi e Arafat di non
far nulla contro il terrorismo dei kamikaze. I Palestinesi accusano Sharon e Bush di bloccare le
decisioni dell’ dell’Onu che
prevedono la restituzione dei territori occupati. Anche
sul futuro di Gerusalemme non c’è accordo. L’Onu la
vorrebbe città internazionale ma Israele non la pensa
così.
COLONNELLO BAR DAN – colonnello dell’esercito
israeliano
Gerusalemme è un posto sacro per tutte e tre le religioni monoteistiche, i
cristiani hanno la chiesa del santo sepolcro, i
musulmani hanno delle moschee, gli ebrei hanno il loro unico posto al mondo che
è il muro del pianto, le altre religioni hanno altri posti sacri, altri posti
santi, gli ebrei hanno solo il muro del pianto e credo che, anzi sono sicuro
che gli ebrei dovrebbero avere un primato su Gerusalemme.
Immagini camera car
verso Abu Dis accanto a Gerusalemme
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Siamo a un paio di chilometri da Gerusalemme. Questa,
secondo il Governo israeliano, dovrà essere la futura capitale dello Stato
palestinese: è il villaggio di Abu
Dis. Qui i Palestinesi potranno costruire il loro
Parlamento: il villaggio è dietro questo muro.
EDWARD MORTIMER – portavoce di Kofi
Annan
Sicuramente il muro è costruito sul territorio palestinese e l’Onu crede che gli Israeliani non abbiamo
il diritto di fare questo, sebbene comprendiamo che vogliano proteggersi dal
terrorismo. Ma se vuoi costruire un muro devi farlo
sul tuo territorio. L’Onu non è un organismo
indipendente, consiste nei suoi stessi membri, e io non vedo nessun membro
disposto ad agire per impedire agli Israeliani di costruire questo muro.
Francamente non ritengo nemmeno possibile che lo faccia il Consiglio di
sicurezza perché gli Stati Uniti che sostengono Israele hanno il diritto di
veto. In questo senso possiamo certamente dire che gli Israeliani sono degli
intoccabili.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Le analisi sono una cosa, poi vivere da palestinese o da israeliano su quella
terra è un’altra. E i paesi che si mettono di traverso
quando in ballo ci sono i loro affari non sono solo gli Stati Uniti. Sono
tanti, come i muri costruiti non in casa propria. Per esempio il Marocco nel
1980 fa ne ha costruito uno lungo 2 volte l’Italia:
2.400 km. E’ un paese che non esiste perché non è nemmeno segnato sulle carte
geografiche, si chiama Saharawi. A questo popolo nel
1966, all’epoca colonia spagnola, l’Onu riconosce con
una risoluzione il diritto all’autodeterminazione. Nel 1975 la Spagna se ne va
e nello stesso giorno arriva il Marocco e occupa. L’Onu
sforna una risoluzione dopo l’altra e intanto c’è la guerra. Aria fritta,
queste risoluzioni, perché per qualcuno quella striscia di sabbia nel deserto
vale moltissimo.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Quell’interminabile muro è alto appena tre metri, ma
è minato e pattugliato da circa 135 mila militari marocchini per tutta la sua
lunghezza e costituisce un ostacolo insuperabile per chi è rimasto dall’altra
parte.
UFFICIALE DEL FRONTE POLISARIO
Vedi questi muri: li abbiamo liberati noi, ma sono
pieni di mine.
La politica dei muri è iniziata quando i marocchini hanno capito che non
potevano tenerci a bada. Prima hanno circondato le città e poi tutto il
territorio. Non puoi farlo, perché questo territorio non è il loro, bisogna
stabilire di chi è. Lungo il muro ci sono 5 milioni di mine, per la nostra
gente ogni sentimento ed ogni rapporto con i familiari è
tagliato fuori.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
I 2.400 chilometri di muro nel deserto sono il simbolo odioso e anacronistico
di una negazione. La negazione ai Saharawi di tornare
nelle loro case. Secondo i principi a cui si ispira il
diritto internazionale questo popolo ha il diritto da 30 anni, di scegliere, se
diventare indipendente o stare con il Marocco. Ma il
referendum non si fa mai, perché chi ha qualche interesse nella vicenda
appoggia il più forte. E dall’altra parte c’è l’esilio, nella fascia più
inospitale del deserto, dove una intera generazione è
nata e cresciuta.
Ci sono quasi 30 risoluzioni ONU, tutte disattese.
MOHAMED ABDELAZIZ - Presidente Saharawi
L’Onu usa 2 pesi e 2 misure. Ci sono dei casi nei
quali le decisioni del Consiglio di sicurezza vengono
applicate addirittura con pressioni militari, economiche o politiche nei
confronti della parte che non collabora, come nel Kuwait, nelle Falkland, nel Kossovo, ma per quanto riguarda il Sahara Occidentale,
l’ONU non fa niente!
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Ma cosa c’è di così interessante in questa arida
striscia di territorio? Gli immensi giacimenti a cielo aperto di fosfati, un minerale utilizzato come fertilizzante in
agricoltura, e il Saharawi è il più grande produttore al mondo. Ma non
solo fosfati, anche tanto petrolio.
E così, l’ex Sahara Spagnolo diventa improvvisamente terra di
conquista, mentre il resto del mondo non sa nemmeno dove sia.
UOMO 1
Noi saremmo i legittimi proprietari! Ma per esempio,
il governo spagnolo continua a rubare il 35 per cento della nostra ricchezza.
Queste sono le copie dei contratti, con date e firme…con
queste carte la Spagna si è assicurata il 35 per cento nello
sfruttamento dei giacimenti di fosfati.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Ma la partita vera la gioca anche la posizione strategica, in parte è zona di
confine fra Algeria e Marocco, e il Marocco è considerato da Francia e Stati
Uniti uno dei pochi paesi islamici amici, per questa ragione lo appoggiano.
MOHAMED ABDELAZIZ - Presidente Saharawi
Vuole sapere cosa pensiamo? Che ci sia un paese, membro del
Consiglio permanente di sicurezza, che spinge il Marocco a non rispettare gli
accordi. Quel paese è la Francia!
AUTORE
E il referendum slitta sine die.
MOHAMED ABDELAZIZ - Presidente Saharawi
Si rende conto che sono 13 anni che andiamo di proroga in proroga, per gli
ostacoli imposti dal Marocco? E l’Onu
non fa nessuna pressione per far imporre il rispetto degli accordi!
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Nel 1997, Kofi Annan,
appena eletto Segretario generale dell’Onu, si era
impegnato con un piano di pace che prevedeva la smobilitazione dei campi
profughi, lo sminamento del muro, il rientro della
popolazione. Veniva decisa nuovamente la data
definitiva del referendum istituzionale: 7 dicembre 1998. Siamo
a Settembre 2004 e quel referendum è ancora da fare.
MOHAMED ABDELAZIZ - Presidente Saharawi
Questo non significa che sia tutto negativo: la
presenza delle Nazioni Unite serve a mantenere il cessate il fuoco. La
commissione è anche riuscita a stabilire chi ha diritto di voto. E ogni tanto sul tavolo della più alta istituzione mondiale,
si discute della questione Saharawi, e questo è
meglio di niente …Ma non può durare in eterno! Se lOnu non è in grado di imporre al Marocco il rispetto
della risoluzione, ritorni a casa, lo faremo noi con le armi. E sarebbe solo un
mezzo legale per difendersi da una occupazione e
difendere i nostri diritti.
AUTORE
Dove comprate le armi?
BUCHRAYA BEYUN - Governatore della Provincia di Smara
È la cosa più facile…ci sono paesi che ce le regalano!
AUTORE
Se dovesse succedere, come si giustificherà la comunità internazionale che si
mette in moto per tutto ma non per tutti, e come si giustificherà l’Onu che qui ha già speso 500 milioni di dollari? Poiché
sulla carta, i Saharawi vantano
infatti tutte le ragioni per considerarsi dalla parte del diritto.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
E guerra vuol dire profughi, anche gente che emigra e
le nostre coste non sono lontane. Ma perché l’Onu non riesce ad imporre le sue decisioni, dove comincia
l’errore?
TOMMASO PADOA SCHIOPPA – ufficio esecutivo Banca
centrale europea
L’errore è di non avere costituito un potere politico che sia
legittimo e che possa decidere anche quando non c’è accordo. Per esempio, per
moltissimi anni non c’era accordo fra i cinque paesi che avevano il seggio
permanente nel Consiglio di sicurezza e quindi le Nazioni Unite sono state
bloccate dalla guerra fredda. All’interno di un paese, anche
se c’è il massimo disaccordo il governo e il parlamento possono decidere.
Quindi l’errore è di non aver avuto la capacità di istituire una regola di
decisione comunque.
EDWARD MORTIMER – portavoce di Kofi
Annan
Gli Stati Uniti oggi non desiderano un’Onu forte
perché questo ridurrebbe il loro potere. Specialmente l’ala più conservatrice
del governo americano vuole ad ogni costo l’indebolimento dell’Onu.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
L’ONU non risolve i problemi ma viene utilizzata dai
paesi che contano per farsi i loro affari. Ricordiamo che occupa oltre 100 mila
persone, decine sono le agenzie e utilizza il denaro dei paesi contribuenti.
Risultato: una burocrazia fuori controllo, sprechi insopportabili e una
generale inefficienza. La Liberia che adesso vedremo è solo uno degli esempi.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Nel campo di Seigheb, alle porte della capitale Monrovia vivono 14 mila sfollati
in attesa di tornare ai loro villaggi saccheggiati durante la guerra civile.
Oggi è il giorno dedicato alla distribuzione del cibo coordinata dall’agenzia
delle Nazioni Unite World food programme. Ognuno ha
diritto a una razione ben precisa di cibo, olio e
sale… su un cartellino personale viene segnata l’avvenuta distribuzione. Così
da mesi e non si può prevedere per quanti altri ancora. Oggi distribuiscono
piselli
RAGAZZO 1
Non li avevo mai visti prima..
AUTRICE
E le piacciono?
RAGAZZO 1
Sono un po’ indigesti per noi.
AUTRICE
Perché voi di solito cosa mangiate?
RAGAZZO 2
Noi mangiamo le lenticchie!
SIGNORA 1
Non riesco a farci niente con questa.
AUTRICE
Ma questa è farina di mais, non va bene?
SIGNORA 1
Non so come si cucina!
SIGNORA 2
Io ho provato a cucinarla con il sale, perché ce ne danno moltissimo ma noi non
lo abbiamo mai mangiato.
RAGAZZA
Questo è bulgur, un grano da mangiare, ci hanno detto
RAGAZZO
Quando mangio questo bulgur ho mal di stomaco…forse
perché non l’ho mai mangiato!
AUTRICE
E allora, cosa vorrebbe?
SIGNORA
Vorremmo del riso, signora…
RAGAZZO
Vendo la mia razione agli allevatori che lo danno ai loro maiali e con i soldi
mi compro il riso.
AUTRICE
Quello che si dice con malignità è che ognuno di quei sacchi costa 20 dollari
alla missione. Non è vero?
HANS VIKOLER -World Food Programme
in Liberia
Sí sí sí.. È risaputo. Il costo a livello mondiale della farina di
mais, dei cereali è intorno ai 220/250 dollari a tonnellata..sí, una tonnellata sono
20 sacchi di 50 k..allora un sacco dovrebbe essere sui 20/22 dollari
EVELINE HERKENS - Direttore programma Onu millennium development
Il problema è che il principale donatore, cioè gli
Stati Uniti. Invece di dare soldi che permettano di
comprare il cibo migliore al prezzo più basso dai produttori locali, vendono
alle Nazioni Unite le eccedenze dell’agricoltura americana. E
questo è il loro disastro, perché significa distribuire cibo in zone che non ne
hanno bisogno, o fornire cibo che la gente non è abituata a mangiare e che
quindi non mangia…finisci per distruggere gli agricoltori locali.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Da anni nei mercati, infatti, non c’è più il riso liberiano ma quello asiatico,
perché la guerra ha penalizzato la produzione locale. Ma
nel nord del paese, ci sono contadini che hanno ripreso la coltivazione del
riso. Sarebbe stato possibile acquistarlo per i campi profughi direttamente da
loro innescando un processo virtuoso che avrebbe fatto del bene all’economia
locale. Bastava fare un giro per i mercati. Invece di deciderlo a Ginevra o New
York bastava che i funzionari delle Nazioni Unite uscissero nei loro circuiti
preferiti.
I funzionari delle Nazioni Unite possono permettersi ogni sera un ristorante
diverso e pagare un conto che equivale a un salario
mensile medio di un liberiano, e il liberiano lo sa..
A capire che l’arrivo delle Nazioni Unite sarebbe
stato un grande affare sono stati soprattutto i
libanesi, che qui da tempo controllano il commercio. In un anno sono sorti
alcuni alberghi nuovi, come questo fronte mare quasi ultimato.
Si paga dai cento dollari a notte in albergo fino
a tremila dollari al mese per un appartamento. Tutti i
funzionari hanno diritto a una vacanza di una
settimana ogni sei di missione e il viaggio pagato in prima classe per tornare
a casa.
E tutti qui in Liberia hanno una
fuoristrada nuova fiammante che costa 30 mila dollari. Ce ne sono
centinaia in città. Le auto vengono lavate tutte le
mattine, in modo maniacale, mentre l’acqua viene centellinata per i liberiani.
Ogni autocisterna viene pagata cento dollari. Le case
che sono dotate di pompe ancora funzionanti sono quasi
tutte occupate dai funzionari dell’Onu.
AUTRICE
Quanto guadagna?
FUNZIONARIO ONU
Lasci stare…
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Che male c’è a dire che gli stipendi partono dai 5 mila dollari al mese ma possono arrivare anche ai 15 mila.
Certo le missioni all’estero hanno i loro rischi. E
più sono alti e più consistente è la diaria. Ma quando
nell’estate del 2003 gli scontri in città si fecero duri, gli allora pochi
funzionari delle Nazioni Unite evacuarono dalla Liberia. Restarono soltanto i
religiosi, la Croce rossa e Medici senza frontiere, che guadagnano,
per inciso, mediamente mille dollari al mese.
Comunque una volta arrivati caschi blu la situazione si è
tranquillizzata, e centinaia di dipendenti delle Nazioni Unite e delle ong sono tornati.
Sarà sufficiente per cambiare le cose?
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Le ultime lezioni alla scuola superiore pubblica Tubman si sono tenute un anno fa.
AUTRICE
Come mai è tutto fermo?
ROBERT STEWART - vicepreside
scuola superiore Tubman
Perché il governo provvisorio non sta pagando gli stipendi agli insegnanti da
mesi...
AUTRICE
Quanti insegnanti ci sono in organico?
ROBERT STEWART - vicepreside scuola superiore Tubman
72
AUTRICE
E qual è il loro stipendio mensile?
ROBERT STEWART - vicepreside scuola superiore Tubman
È molto basso, mediamente 30 dollari.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
30 dollari al mese moltiplicato per 72 insegnanti è
una cifra modesta, in altre parole 2 mila 200 dollari al mese basterebbero per
pagare l’intero corpo docente della principale scuola superiore liberiana.
AUTRICE
Ma l’Unicef vi ha dato una mano?
ROBERT STEWART - vicepreside scuola superiore Tubman
Non ancora.
AUTRICE
Lei ha idea di quanto guadagnino gli insegnanti qui?
ANGELA KEARNEY - capo delegazione Unicef in Liberia
No, non ne ho idea.
AUTRICE
Sono 30 dollari al mese. Non potrebbero andare in
stipendi?
ANGELA KEARNEY - capo delegazione Unicef in Liberia
No, l’Unicef non paga gli stipendi degli insegnanti.
Si occupa della loro formazione, di molto altro, ma non paga gli stipendi. Mi
dispiace.
EVELINE HERFKENS - Direttore programma Onu millennium development Il paese donatore dice: io ti so i soldi ma li
devi spendere nel mio paese.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
È una manifestazione in una scuola pubblica. È la terza volta che succede da
quando sono arrivate le Nazioni Unite perché secondo loro viene
gestita male la questione delle scuole. Quelle pubbliche sono chiuse da mesi e
loro se la prendono con quelle private, quasi tutte religiose. Dove basta
pagare per studiare.
AUTRICE
Quando parlate del vostro progetto Tornare a scuola cosa intendete?
ANGELA KEARNEY - capo delegazione Unicef in Liberia
Noi supportiamo il Governo affinché operi in tal senso. Lo scorso anno sono
tornati a scuola 500 mila bambini e provvediamo a
fornire il materiale scolastico: quaderni, cancelleria varia… abbiamo speso già
un milione di dollari ma ce ne servono urgentemente altri 10.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Ecco il kit regalato alle scuole, ci sono perfino i freesbee.
Ed ecco il kit come viene usato da questa scuola
superiore privata. Ovvero non viene usato visto che il
materiale è adeguato a un asilo infantile.
VELINE HERFKENS - Direttore
programma Onu millennium development
Un modo per aprire la strada alla corruzione. Ad esempio: quando ero ministro olandese per la
cooperazione allo sviluppo, per esempio, i paesi poveri aiutati da noi nella
sanità dovevano comprare dalla Philips le
apparecchiature più sofisticate, ma loro non se ne
fanno niente perché non hanno ospedali all’avanguardia e così apri la strada
alla corruzione.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Gli operatori Unicef qui in Liberia sono 80, e cosa avranno fatto in un anno è difficile dirlo.
Sicuramente tre di loro si occupano delle relazioni pubbliche. Eccoli durante un incontro tra i giornalisti di una tv neworkese e l’ambasciatore dell’Unicef
George Whea, calciatore
liberiano anche ex milanista . È tutto pronto per il
buffet. A cui non sono stata invitata. Anzi, mi viene chiesto di non filmare. Ancora una volta tanto pudore
nel mostrare il grande divario tra dentro e fuori.
AUTRICE
Le posso chiedere cosa guadagna?
ANGELA KEARNEY - capo delegazione Unicef in Liberia
Cosa guadagno? Non lo so… i soldi vanno direttamente sul conto corrente… comunque sono sufficienti per farmi vivere bene…
MESSAGGIO DI GEORGE WHEA, AMBASCIATORE UNICEF, ALLA RADIO
… Vi chiedo di consegnare la vostra arma al
contingente delle Nazioni Unite e di tornare a casa. Vi chiedo di abbandonare
le strade e di tornare dalle vostre famiglie…
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Il disarmo è iniziato con 5 mesi di ritardo, perché non c’erano i soldi e
queste sono le immagini del primo giorno della consegna delle
armi, quando centinaia di combattenti hanno risposto all’appello.
Ci vorranno mesi per disarmare 45 mila
guerriglieri e se i fondi basteranno, verranno poi
indirizzati a una scuola o a una professione, come il programma prevede.
I ritardi però possono fare comodo a chi esiste finché esistono le crisi e le
emergenze.
PADRE MAURO ARMANINO - missionario sma
Dai signori della guerra siamo passati ai signori della pace, dove il bottino
di questo umanitario riservato innanzi tutto per le
Nazioni Unite, per le grandi Ong, che spesso arrivano
provviste già del loro cosiddetto staff personale, e per i locali ci sono le
briciole.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Questo si vuole, una fabbrica umanitaria. Dove arriva
l’Onu arrivano i dollari e i prezzi vanno alle stelle
e quando se ne va, salvo rare eccezioni, la storia ricomincia.
Che la pace ha un costo lo sappiamo tutti, ma qualche
volta però bisognerebbe anche raggiungere gli obiettivi. La missione in Kossovo è in corso da 5 anni con 20 mila uomini.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Nel ‘99 la Nato è intervenuta in Kossovo
per proteggere dai serbi la minoranza albanese. Oggi c’è una sola
amministrazione, quella dell’ONU.
La regione avrebbe dovuto diventare un modello di
convivenza interetnica, invece oggi sono gli albanesi ad essere maggioranza e a
chiedere l’indipendenza mentre i serbi vivono sotto assedio e discriminati.
A confermarlo un alto funzionario delle Nazioni Unite.
FUNZIONARIO ONU
La gente è abbandonata a se stessa. Se sono vivi è perché l’etnia kossovo- albanese ha deciso di non sterminarli però è una
decisione loro non certo perché vengono protetti.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Questo grande edificio, piantonato dai militari svedesi, è un ghetto riservato
ai serbi sconfitti.
Possono uscire solo per andare a comprare qualche provvista nel negozio all’angolo.
Per andare più in là ci vuole la scorta armata.
UOMO 1
Ora solo i bambini albanesi possono giocare in esterno, mentre i bimbi serbi
sono rinchiusi nelle loro case. È una catastrofe.
Immagini di repertorio da Tg
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Il 17 marzo scorso si è scatenata la caccia al serbo: 20 morti, 900 feriti.
Case e monasteri ortodossi incendiati.
Questa donna serba si è salvata per miracolo dalle
violenze del 17 marzo scorso.
DONNA SERBA
Eravamo tutti nel panico, bloccati nei garage e li sentivamo
sempre più vicini. In quel momento ho avuto la sensazione che fossero gli ultimi attimi della nostra vita. Ho stretto tra
le braccia mia figlia e le ho detto addio. Poi siamo
riusciti a fuggire e per strada abbiamo incontrato tre camionette della polizia
delle Nazioni Unite, ma non hanno nemmeno tentato di fare qualcosa, di bloccare
tutto quel disastro.
DEREK CHAPPEL - Ex portavoce polizia ONU
Sono stato portavoce della polizia delle Nazioni Unite
per 4 anni. Dopo le violenze di marzo sono stato rimosso dal mio incarico, e
non ho mai avuto spiegazioni chiare sul motivo del mio licenziamento, ma penso
che alcune dichiarazioni che ho rilasciato sulle violenze non erano piaciute a certi politici delle Nazioni Unite. Io
avevo dichiarato, e sono certo di questo, che i registi degli attacchi contro
il popolo serbo erano gruppi sovversivi formati da
criminali organizzati e da estremisti politicizzati.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Ma allora i 20 mila uomini dei vari reparti della Nato
sotto comando Onu schierati in Kossovo,
non hanno saputo, o non hanno potuto fare nulla?
ANTONIO EVANGELISTA – Italian
police contingent comande
Io personalmente, non avevamo indicazioni che potesse
succedere qualcosa del genere.
FUNZIONARIO ONU
I fatti che sono successi il 17 marzo erano
preavvisati. Sapevamo che sarebbe successo prima o poi,
un’altra grossa guerra tra le due etnie, il problema è che le nostre
avvisaglie, i nostri.. le nostre comunicazioni non sono state prese in
considerazione.
MUFAIL LIMANI - News Editor RTK
Se il Kossovo avesse uno status, ci sarebbe posto per
la comunità serba, loro potrebbero decidere le loro sorti e tutto sarebbe
chiarito. Invece la missione ONU alimenta l’idea di Belgrado per il ritorno in Kossovo e questo è la causa del conflitto.
MARCO BRUCCOLERI -Coordinatore ong
ICS
Probabilmente il popolo kossovaro dopo il primo anno
e mezzo di entusiasmo verso le Nazioni Unite e la KFOR
hanno cominciato a capire che questo circo umanitario sta qua e non si vuole
più muovere.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Lo scopo della missione era l’avvio di una politica di convivenza.
AUTORE
Cioè come è che vivono adesso i serbi albanesi?
CARABINIERE IN MACCHINA
Eh insomma..
AUTORE
Cioè?
Nessuna risposta e oscura la telecamera con la mano
NEXHAT DACI – president
of the Assembly of Kossovo
Noi pensiamo che il problema principale dei fallimenti del governo ONU sia la scadenza dei mandati. Non c’è! Se
non si capisce entro quale data devi fare cosa, non sei più efficace!
AUTORE (mostra documenti)
L’Unione Europea, i privati e le agenzie umanitarie avevano stanziato enormi
capitali per compensare i danni dell’intervento della Nato.
Il grande business del Kossovo
dopo la guerra si chiama ricostruzione.
Planeia per esempio è stata distrutta dai
bombardamenti Nato. All’agenzia italiana Nuova Frontiera erano state assegnate 60 case da rimettere in piedi. Dopo
averne ricostruite 20 è sparita nel nulla.
UOMO 1
La copia dei contratti l’hanno tenuta loro! Ci hanno
chiamato, noi siamo andati a firmare e siamo tornati a casa senza nessun pezzo
di carta.
Guarda che razza di ricostruzione hanno fatto prima di
sparire. Hanno dato l’intonaco solo a queste due stanze. Hanno fatto delle case
che non tengono conto del numero dei membri della
famiglia che ci dovrà abitare.
VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTORE
Quindi Nuova frontiera ha costruito 20 case su 60 e non conforme ai progetti
Sono andato a Pristina, alla sede dell’Unione Europea per chiedere di vedere i
c