LE MONDE
diplomatique - Dicembre 2004
La prima decisione
di george W. Bush dopo la rielezione
Terra bruciata a
Falluja
È
deciso: le elezioni in Iraq dovranno aver luogo il 30 gennaio e la «comunità
internazionale» riunita a Charm el Sheikh, si è impegnata a sostenere il
processo elettorale. D'altro canto, lontano da queste dichiarazioni di
principio, la situazione della sicurezza rimane assai instabile. Confortato
dalla sua vittoria nelle elezioni presidenziali, George W. Bush ha ordinato
un'offesiva militare contro Falluja e numerose altre città in mano ai
ribelli.
David
Baran
La città di
Falluja non ha mai smesso di sentirsi perseguitata. E giustamente.
Nell'aprile del 2003, all'indomani della caduta di Baghdad, un consiglio di
dignitari religiosi e tribali si era formato spontaneamente per assumere
l'interim dopo il tracollo delle istituzioni del regime, e aveva inviato un
emissario presso la coalizione per negoziare la resa della città. Qui, come
altrove nel Nord del paese, le forze che si presumeva fossero fedeli a Saddam
Hussein erano svanite. Gli abitanti, amaramente risentiti contro il tiranno
per le ingiustizie e le epurazioni che avevano colpito tutte le famiglie, con
un atteggiamento pragmatico, attendevano ora di vedere quanto avessero da offrire
gli americani.
E non hanno tardato a vederlo. L'incomprensibile
benevolenza degli occupanti nei confronti dei saccheggiatori ha subito
confermato l'idea, già molto diffusa, che gli Usa fossero venuti in Iraq al
solo scopo di spogliare e distruggere il paese. Ma soprattutto in quella zona
le truppe americane hanno adottato fin dall'inizio un atteggiamento molto più
invadente e aggressivo che nel sud sciita (1). Falluja per loro non
poteva che essere una città nemica; e poco alla volta lo è diventata. Eppure
in origine questo presunto bastione di nostalgici di Saddam Hussein e di
terroristi stranieri era solo una piccola città relativamente privilegiata
sotto il passato regime - almeno al confronto con città totalmente
diseredate, come ad esempio Hilla - e soprattutto profondamente
conservatrice. Peraltro, data la sua impronta religiosa era stata tra le
prime ad essere esposta alla furia repressiva del potere baathista, che
proprio qui, nei primi anni '70, aveva schiacciato il movimento locale dei
Fratelli musulmani. D'altro canto, la sua cultura tribale le valse un ambiguo
privilegio: alcuni dei suoi dignitari furono cooptati dal regime, ma con la
dolorosa contropartita di epurazioni a ripetizione e dell'ineluttabile
assoggettamento al potere. È il caso di ricordare, tanto per sgombrare il
campo dagli abituali pregiudizi, che una delle tribù reputata tra le più
ostili al regime - peraltro nient'affatto disposta a fare buon viso agli
occupanti - è quella degli Albou Nemer, dei dintorni di Falluja. Gli stessi
combattenti, compresi quelli che avevano servito nella Guardia repubblicana e
persino nei servizi segreti, reagiscono con sdegno all'insistenza con cui
vengono descritti come fedeli del tiranno! Come è potuto accadere che Falluja
diventasse il «cancro» denunciato di concerto dalle autorità americane e da
quelle irachene - come se la città fosse un malato curabile solo con una
nuova terapia d'urto?
Di fatto, fin dall'inizio le ambiguità e le gravissime
carenze dell'occupazione americana hanno avuto qui l'impatto più pesante.
Perciò questa città appare come il simbolo di un fenomeno più vasto e
diffuso, rivelando oltre tutto un'altra sindrome: la propensione degli Usa a
lasciarsi invischiare in Iraq dagli effetti perversi dell'improvvisazione che
caratterizza la loro politica. L'attuale situazione di Falluja è il risultato
di un complesso di fattori: i pregiudizi originari degli occupanti sul regime
e sui suoi presunti alleati naturali, la durezza dimostrata fin dall'inizio
verso una popolazione considerata ostile a priori, e infine il fiasco
dell'aprile 2004. quando alcuni operai armati di badili sfogarono il loro
odio su quattro paramilitari americani, i cui corpi vennero poi sfregiati
dalla folla. Gli Stati uniti assediarono allora la città a titolo di
rappresaglia, prima di abbandonarla alla sua sorte. Se oggi i responsabili
americani, e in particolare il segretario alla difesa Donald Rumsfeld,
riprendono l'iniziativa per rioccupare Falluja, non fanno altro che reagire
alle loro stesse cantonate. E sono quindi i primi responsabili di questo
nuovo scontro.
Per giustificare l'offensiva, gli Stati uniti e le
autorità irachene hanno usato vari argomenti: lasciar sussistere quella
roccaforte contribuirebbe a rafforzare le capacità operative dei vari gruppi
di oppositori armati offrendo loro un luogo in cui rifugiarsi, riprendere le
forze e riorganizzarsi per poi ripartire con gli attacchi e le incursioni
lampo in tutto il paese. Inoltre, anche a causa del valore simbolico
derivante dal confronto dell'aprile scorso, Falluja sarebbe in grado di
canalizzare importanti risorse finanziarie e umane per alimentare le
violenze. Da qui - sempre secondo questa tesi - la necessità di cercare di
ristabilire l'integrità del territorio iracheno, anche in vista delle
prossime elezioni nazionali e dell'esigenza di stabilizzare la fragile
autorità del governo centrale. Infine la popolazione di Falluja, (benché
senza dubbio largamente ostile alla presenza americana) dovrebbe essere
protetta dalle intimidazioni di oppositori armati dei quali non condivide
necessariamente la causa; andrebbe preservata da incessanti e sterili
bombardamenti, nonché rifornita dei più elementari servizi pubblici,
interrotti ormai da mesi.
Sembra però che il recente assedio di Falluja abbia
corrisposto a una logica ben diversa. Nonostante la messinscena di una certa
«sovranità» irachena, illustrata dal «semaforo verde» teatralmente annunciato
dal primo ministro Eyad Allawi, gli iracheni hanno subodorato l'inganno: quel
«semaforo verde» non era invece in realtà un aiuto offerto alla rielezione
del presidente Bush? Molti hanno infatti interpretato i negoziati avviati con
i rappresentanti dei movimenti degli insorti, prima dell'assalto, come una
semplice manovra di temporeggiamento, per far scattare l'operazione al
momento più opportuno ai fini dell'agenda politica americana. Fuga in avanti
Il modo in cui la sorte della città e dei suoi abitanti (2) è stata legata a
quella del terrorista giordano Abu Musab al-Zarqawi ha ulteriormente
rafforzato l'impressione, già fin troppo diffusa in Iraq, che l'offensiva
fosse comunque una decisione ineluttabile, presa a priori e senza alcun
riguardo per il prezzo pagato dai civili. Peraltro, mentre sia il primo
ministro, sia il ministro della difesa iracheni avevano insistito
sull'intenzione di «liberare» la popolazione innocente di Falluja, nessuna
seria misura era stata presa in vista del prevedibile esodo a fronte degli
scontri incombenti, né per dare una sistemazione temporanea dei profughi né
per risarcirli. Neppure l'ombra di un tentativo di imbonimento, mentre la
«libertà» è sempre il principale argomento per giustificare la guerra.
Vorremmo riproporre qui una domanda cui l'operazione Iraqi Freedom non ha mai
saputo dare una risposta: chi mai si dovrebbe convincere della validità di
questa giustificazione, se non le popolazioni «liberate»?
Le vere risposte sono intuibili e preoccupanti. Se Eyad
Allawi ha assunto una posizione intransigente, il suo obiettivo non era forse
quello di soddisfare chi, all'interno a fuori dall'Iraq, vedeva in un governo
dal pugno di ferro una qualche speranza per il futuro?
Per l'amministrazione americana, non era forse il momento
di battere i pugni sul tavolo per ribadire, ad uso dell'opinione pubblica
interna come dei propri nemici, l'incrollabile fermezza degli Stati uniti?
Le autorità civili, più sottilmente, devono aver
considerato che la soluzione militare fosse la più comoda a fronte di un
problema assai complesso e difficile da risolvere politicamente; e infine per
i militari, costretti a combattere a lungo un nemico inafferrabile, era una
buona occasione per riportare finalmente una vittoria tangibile su un
avversario che combatte per difendere un territorio... anche se questo
territorio è un tessuto urbano.
Tutte queste considerazioni servono più che altro a
sottolineare un tratto comune a tutti gli attori citati: il bisogno di un
nemico - o più esattamente, di un nemico in carne ed ossa. Del resto non si
tratta di una novità. Sembrava che il rovesciamento di Saddam Hussein
bastasse a rimettere l'Iraq sulla retta via. Il suo arresto, nel dicembre
2003, avrebbe dovuto dare il colpo di grazia a un'opposizione armata in
agguato. Ma da allora il male sembra emanare da un'altra fonte, che ha nome
al-Zarqawi. Costui è ritenuto tanto importante che la sua morte pareggerebbe
il costo mediatico delle vittime civili filmate dalle televisioni arabe
durante i numerosi attacchi contro la sua rete.
Analogamente a quanto avviene per questi personaggi
intercambiabili, i combattimenti per il territorio di Falluja rinviano
innanzitutto a una concezione particolare del nemico. Si insiste sul fatto
che si tratta di un nemico estraneo al resto della popolazione, ciò che
consente di perpetuare la confusione tra l'eliminazione fisica degli
oppositori e la vittoria sull'insurrezione. Si doveva «liberare» la popolazione
dai suoi nuovi oppressori a costo di intrappolare nella città assediata tutti
gli uomini tra i 15 e i 55 anni (3); di togliere l'acqua
agli abitanti che hanno rifiutato l'esilio, pur di rafforzare il vantaggio
dei marine; di privarli di cure mediche occupando l'ospedale e tenendo a
distanza le organizzazioni non governative, colpevoli di aver denunciato il
mito della «guerra chirurgica».
Mentre innumerevoli testi pubblicati dall'esercito
americano e più particolarmente dai marine, sia teorici che basati sugli
insegnamenti tratti dall'esperienza, indicano nella popolazione il «centro di
gravità» dell'insurrezione, o in altri termini, l'obiettivo da conquistare
per sconfiggere l'avversario, c'è il grave rischio che l'annunciata
liberazione di Falluja renda fiato al nemico. Anche se le promesse di
ricostruzione fossero mantenute, ciò richiederebbe molto tempo.
Ma intanto la città è distrutta. E la portata della
devastazione può essere vista come la concreta realizzazione di due diverse
profezie.
Se dal punto di vista americano può essere interpretata
come una dimostrazione delle dimensioni del male che si doveva estirpare, per
la popolazione è invece la prova definitiva dell'aggressività degli Stati
uniti, e più in particolare del loro accanimento contro Falluja.
Fin dall'inizio, e man mano che, procedendo, hanno
ritenuto fosse confermato il loro assurdo preconcetto sulla città, le forze
americane si sono comportate di conseguenza; e la popolazione di Falluja si è
convinta sempre più di trovarsi in casa un occupante brutale, arrogante e
ingiusto. In parallelo con il mito della resistenza eroica, si è dunque
sviluppato quello del martirio e del sacrificio: Falluja, l'impavida città
martire che si sacrifica in nome dell'Iraq e dell'islam.
E questa visione ha alimentato tutta una produzione di
video e di siti Internet la cui diffusione travalica largamente il territorio
disputato. E ispira una serie di dinamiche che vanno molto al di là di
Falluja.
La mitologia della città-vittima trova la sua
consacrazione nell'offensiva delle truppe americane e irachene, così com'è
stata concepita. La logica dell'accerchiamento senza la prospettiva di una
resa, così come la valenza simbolica della città agli occhi dei vari gruppi
di oppositori armati concorrono a rendere inevitabile un bagno di sangue. La
presa dell'ospedale è stata di indubbia utilità per impedire l'uscita di
immagini sanguinose; ma ha anche rafforzato l'empatia - sia pure ambigua e
relativa - di molti iracheni nei confronti dei combattenti. A tutto questo
verranno ad aggiungersi i danni subiti dalle infrastrutture. Al di là delle
dichiarazioni retoriche che promettono un pronto risarcimento dei danni e
l'insediamento di un governo locale con strutture in grado funzionare - il
che già di per sé rappresenterebbe una sfida - non esiste un piano adeguato
per la trasformazione della città in un immenso cantiere.
Falluja rischia dunque di diventare non una vetrina di quanto
le autorità possono offrire una volta battuti i terroristi, ma al contrario
il simbolo della brutalità degli occupanti e del servilismo dei partner
iracheni cooptati. I guasti del terrorismo sono stati regolarmente presi a
pretesto dalle autorità al potere per giustificare ogni disfunzione.
Ma se l'eliminazione di queste «forze anti-irachene» da un
dato territorio non darà inizio a un'era di ricostruzione e di stabilità, è
assai difficile immaginare che la «liberazione» di Falluja serva a
reintegrare le popolazioni alienate nel processo politico. Gli esempi recenti
dei combattimenti a Najaf e a Samarra, seguiti solo tardivamente e in maniera
molto frammentaria dalle indispensabili misure di economiche e politiche, non
inducono certo all'ottimismo. Ma poco importa: ci sarà sempre un nemico da
sconfiggere, e già ne sorgono in abbondanza nel vuoto conseguente alla
concentrazione dell'attenzione e dei mezzi militari su Falluja. A questo
punto però, «mantenere la rotta», come recita il ritornello del presidente
George W. Bush, non vuol più dire altro che una fuga in avanti.
note:
* Ricercatore, attualmente consulente dell'International Crisis Group,
(Bruxelles), autore di Vivre la Tyrannie et lui survivre, l'Iraq en
transition, Mille et une nuits, Parigi, 2004.
(1) Sul peccato
originale degli occupanti a Falluja cfr. David Baran, «Quiproquo a Fallouja»,
Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 2003.
(2) Le autorità Usa hanno ingiunto agli
abitanti di Falluja di consegnare al-Zarqawi e i «terroristi» se volevano
evitare l'assalto.
(3) Nulla avrebbe impedito agli Stati uniti di
praticare il test antiesplosivo ai posti di blocco attorno alla città,
anziché respingere senza distinzioni combattenti e civili. Si tratta di test
semplici e di rapida esecuzione per stabilire se una persona abbia maneggiato
di recente esplosivi o armi da fuoco. Ma sono stati utilizzati soltanto al
termine degli scontri più intensi. (Traduzione di R. I.)
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